Materiali

Le cose come stanno. Non c’è salvezza nelle fonti fossili

Gli sviluppi della situazione mondiale degli ultimi mesi hanno comportato una bufera che ha rovesciato tutte le agende. Le priorità precedentemente affermate sono state ampiamente riviste. Ma i problemi restano: la priorità climatica è diventata qualcosa di cui oggi si parla assai poco, ma in effetti – aggravata dalla guerra – conserva tutta la sua drammaticità.

Contributo al progetto “I piedi sulla terra”.

Pippo Tadolini fa parte del Coordinamento ravennate “Per il Clima – Fuori dal Fossile”.

Secondo quanto affermato lo scorso 4 aprile dall’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC), istituito dalle Nazioni Unite, “nel periodo 2010-2019, le emissioni medie annue globali di gas serra sono arrivate ai livelli più alti della storia umana. In mancanza di forti e immediate riduzioni alle emissioni in tutti i settori, limitare il riscaldamento globale a 1,5°C (2,7°F) sarà fuori portata”1.

Affermazione chiara, categorica, emessa da fonte autorevole, che si scontra però con l’atteggiamento e le scelte delle classi dirigenti, cosicché la prospettiva climatica indotta dal modello di sviluppo che ci troviamo a subire ormai da molti decenni si fa sempre più incombente. Peraltro, è proprio l’IPCCP a sostenere che la possibilità di cambiare strada esisterebbe. Bisogna prenderla in considerazione seriamente ed agire di conseguenza.

Secondo l’istituzione, infatti,“negli scenari che abbiamo valutato, limitare il riscaldamento a circa 1,5°C (2,7°F) richiede che le emissioni globali di gas serra raggiungano il picco al più tardi entro il 2025 e si riducano del 43% entro il 2030; allo stesso tempo, anche il metano dovrebbe essere ridotto di circa un terzo. Anche se lo facciamo, è quasi inevitabile che si superi temporaneamente questa soglia di temperatura, ma si possa tornare al di sotto di essa entro la fine del secolo. Ora o mai più, se vogliamo limitare il riscaldamento globale a 1,5°C (2,7°F). Senza riduzioni immediate e profonde delle emissioni in tutti i settori, sarà impossibile”.

Al momento in cui componiamo questa riflessione (maggio 2022), non si può certo dire che le decisioni di politica energetica, in tutto il mondo, stiano andando per il verso giusto, sia perché la guerra in Ucraina e le vicende ad essa collegate hanno accelerato i processi di rivalutazione di gas e nucleare, e addirittura riscoperto l’utilizzo del carbone e del petrolio (utilizzo il cui abbandono era previsto, ma ancora assai lontano), sia per il fatto che il potere di chi detiene e amministra le fonti fossili è talmente forte da influenzare pesantemente ogni scelta politica.

Nella discussione sulla necessità di sostituire gli oltre 150 miliardi di metri cubi di gas che l’Ue importa annualmente dalla Russia, è stata formulata dal Commissario Ue Thierry Breton la seguente proposta, riassunta per punti:

  1. allungare la vita alle centrali nucleari e a carbone già destinate alla chiusura;
  2. rimettere in funzione un certo numero di centrali a carbone già dismesse;
  3. incrementare l’approvvigionamento di GNL (gas naturale liquefatto) via nave e quindi aumentare il traffico di navi gasiere e prevedere la creazione di rigassificatori;
  4. potenziare l’arrivo di gas da altre aree geografiche, attraverso i gasdotti;
  5. convertire a olio combustibile aziende attualmente funzionanti prevalentemente a gas;
  6. sviluppare l’uso di biometano, eolico e solare.

In pratica, in un brevissimo lasso di tempo, per via della tragedia che si è scatenata nel pieno dell’Europa, il concetto stesso di transizione ecologica si è dissolto come neve al sole: sostanzialmente è uscito da tutte le prospettive di governi e parlamenti.

Praticamente Breton disegna una prospettiva in cui gli Stati dell’Ue fanno marcia indietro rispetto alle acquisizioni e alle decisioni già prese sugli obiettivi ambientali e climatici.

La massima esponente del “partito del carbone”, la Polonia, si era essa stessa spinta ad annunciare l’intenzione di sostituire nel 2049 (peraltro molto in là nel tempo) le sue centrali a carbone, che attualmente le forniscono oltre l’80% dell’energia. I governanti polacchi ora gioiscono di poter deliberare, viste le difficoltà conseguenti alla catastrofe bellica, di tenerle aperte oltre il 2050, il che vuol dire indefinitamente. Dal canto loro, Repubblica Ceca, Bulgaria e Romania hanno messo da parte ogni progetto di transizione, e ricominciano anch’esse ad estrarre e utilizzare il carbone. Perfino la Germania, considerata nei suoi piani di transizione più rapida e credibile, è giunta alla scelta di aumentare l’uso del carbone per sostituire il gas russo.

Inoltre, in tutta Europa è partita la corsa alla cosiddetta diversificazione degli approvvigionamenti (di tutte le fonti fossili) cosicché Australia, Colombia, Indonesia, Mozambico, Sud Africa e Stati Uniti probabilmente saranno a breve fondamentali fornitori. E ogni nazione sta facendo di tutto per aumentare in ogni maniera possibile la propria produzione interna.

E poi naturalmente è in netta ripresa il “partito del nucleare”,con il Belgio in procinto di prorogare i termini dell’accordo che prevedeva una possibile uscita dal nucleare entro il 2025, e la Germania, che dopo essersi impegnata a dismettere tutte le sue centrali nucleari entro la fine del 2022, ora sta pensando di tornare sui suoi passi.

In più, sempre la Germania prende accordi con la Norvegia per la realizzazione di un idrogenodotto, in alternativa al North Stream 2, che le consentirebbe di importare idrogeno verosimilmente prodotto anche con l’utilizzo del gas fossile norvegese, e paradossalmente i costi sarebbero sostenuti largamente dai fondi europei del “fu” Green Deal.

A chiarimento, è opportuno ricordare che l’idrogeno blu è sostanzialmente una misura che prolunga l’estrazione di gas fossile. In generale, la strategia del Green Deal europeo ritagliava per l’idrogeno un ruolo importante nei settori cosiddetti “hard to abate” (vale a dire quelli nei quali la riduzione delle emissioni di CO2 è particolarmente difficile da ottenere) e specificatamente per l’idrogeno da fonti rinnovabili, detto idrogeno verde. Sull’idrogeno e tutti gli utilizzi che ne vengono oggi proposti c’è e ci sarà molto da discutere e da approfondire. È tuttavia opinione condivisa che solo l’ultimo citato, l’idrogeno verde, prodotto a partire dalle energie rinnovabili, si possa considerare uno strumento utile alla riconversione ecologica. L’idrogeno blu, promosso in maniera più o meno aperta dalla quasi totalità delle attuali società petrolifere, è prodotto da fonti fossili e richiede la cattura e rimozione del biossido di carbonio, tecnologia che prevede la reiniezione sottoterra, a pressioni elevate, del gas climalterante. Purtroppo, pur alimentato da fossili, anche l’idrogeno blu potrà probabilmente beneficiare di consistenti finanziamenti.

D’altra parte, già prima che la guerra facesse la sua comparsa nel teatro europeo, la Commissione europea aveva stabilito di inserire il nucleare e il gas nella prima stesura della cosiddetta TassonomiaUe delle tecnologie sostenibili, il che fra l’altro sta a evidenziare come la tragedia bellica sia stato un acceleratore, ma non la causa prima, di scelte energetiche e ambientali già impostate. Con buona pace di obiettivi, affermazioni di principio, traguardi intermedi, affermati dall’Istituzione europea anche nel recente passato.

In definitiva sta succedendo che costruzione ed esercizio di nuove centrali nucleari, e perpetuazione della produzione di energia da combustibili fossili, non solo continueranno ad imperare nel panorama energetico, ma avranno l’etichetta di innovative fonti “verdi”.

La prospettiva è a dir poco sconfortante. Infatti, la cosiddetta sicurezza intrinseca degli impianti nucleari, più volte affermata, di fatto non esiste: gli impianti di “nuova generazione” non differiscono molto da quelli più tradizionali e in ogni caso, sicurezza a parte, la loro realizzazione richiederebbe molti anni. Il traguardo del nucleare da fusione è a sua volta lontanissimo nel tempo. Dal canto suo il metano, sostanza la cui combustione è un po’ meno inquinante di quella di altre fonti, ha esso stesso caratteristiche climalteranti molte volte (diverse decine, da trenta a ottanta a seconda della scala di tempo di osservazione) più potenti della stessa anidride carbonica se riversato allo stato libero nell’atmosfera. L’obiezione che allora si deve risolvere il problema delle emissioni di metano libero, è abbondantemente confutata dalla constatazione che nessun impianto al mondo è mai riuscito ad azzerarle. Rilevazioni eseguite con le tecnologie più avanzate nei paraggi di moltissime centrali, fra le quali quelle vicinissime al luogo da cui scriviamo (il territorio di Ravenna), evidenziano fughe di metano in atmosfera costanti e variamente intense.

A tutt’oggi nel mondo vengono annualmente rilasciate nell’aria 380 milioni di tonnellate di metano. Secondo il Programma Ambientale delle Nazioni Unite, questa spaventosa quantità andrebbe rapidamente ridotta almeno del 45% (cifra calcolata in base a mediazioni considerevoli, calibrata sulle prospettive più realistiche di fattibilità), e ciò consentirebbe di prevenire 260mila morti premature per cause ambientali. Dato che vogliamo poi passare a ragionare delle politiche locali, ci chiediamo dove si debba cominciare a realizzare queste riduzioni se non nei luoghi in cui la presenza del metano è assai considerevole.

Di fronte poi all’affermazione, molto sentita in questi mesi, che l’impulso alla produzione autoctona dei fossili contribuirebbe a calmierare i prezzi delle bollette che i cittadini pagano, va detto che l’andamento dei prezzi nasce dal gioco che stanno facendo i grandi operatori di gas e petrolio, con tutto un contorno di meccanismi finanziari che difficilmente può essere controllato.

Lo stesso ministro della Transizione ecologica Cingolani ha stigmatizzato la presenza di meccanismi artificiosi e speculativi, denunciando come fra tutti gli operatori della “filiera dei fossili” solo una minoranza siano coloro che vendono e comprano gas e petrolio. Molti di più sono quelli che si inseriscono con passaggi di speculazione puramente finanziaria. A nostro avviso dovrebbe bastare questo aspetto per indurre governi e parlamenti a intraprendere una seria strategia di abbandono dei combustibili fossili, poiché a questo punto è ben chiaro come cercare di regolamentare e controllare i percorsi di speculazione sia assai arduo.

Ma per il momento anche nel nostro Paese si fa strada la convinzione (meglio sarebbe dire l’illusione) che la via da seguire sia quella di rendersi maggiormente autosufficienti tramite l’estrazione interna, accompagnata dall’aumento dell’importazione di gas naturale liquefatto (Gnl) e la costruzione di nuovi rigassificatori, peraltro senza rinunciare a incrementare la rete dei gasdotti, ma anzi potenziandola rispetto alla situazione odierna.

La recente approvazione del PiTESAI (Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee) da parte del Ministero ha sbloccato la moratoria che da due anni teneva fermi nuovi progetti di trivellazioni. Cosicché adesso, a parte Valle d’Aosta, Trentino, Liguria, Toscana, Sardegna, aree dove non c’è mai stato alcun interesse estrattivo per l’inesistenza di giacimenti significativi, quasi tutta l’Italia risulta essere terreno di conquista. Andrebbe però chiarito con onestà che dal punto di vista pratico i vantaggi di questa “corsa all’oro” saranno per la collettività assai modesti. Infatti le riserve nazionali di idrocarburi non hanno la capacità di renderci autosufficienti, e se volessimo contare solo su di esse per affrancarci dall’importazione, nel giro di uno-due anni avremmo esaurito l’intero giacimento italiano.

In proposito, vale la pena di aggiungere che l’Italia, fino dall’epoca di Mattei, è uno dei territori più studiati al mondo per la ricerca di metano: se davvero esistesse un Eldorado digas naturale sarebbe già venuto alla luce. Secondo l’opinione più informata e competente, l’unica cosa che si può trovare è quella che già conosciamo, vale a dire giacimenti di piccole dimensioni, sparsi qua e là, che non hanno niente a che vedere con i mega-giacimenti del tipo di quelli siberiani. Così, sicuramente, la via del gas nazionale non è quella giusta al fine di risolvere i nostri problemi e tanto meno al fine di abbassare le bollette, visto chelepiccole sacche di gas esistenti nel nostro territorio da 70 anni certamente non possono influire sul prezzo internazionale.

Né la prospettiva è migliore se decidiamo di affidarci alle importazioni via nave del Gnl americano. Anzi, se possibile, la situazione peggiora ancora, perché la tecnologia impiegata all’origine – l’estrazione di metano mediante fracking di formazioni rocciose – è quella più devastante dal punto di vista ambientale: richiede enormi quantità di acqua, crea grande inquinamento nei siti di produzione e soprattutto grandi emissioni di metano in atmosfera, sia durante l’estrazione che durante il lungo viaggio per mare. Inoltre, le navi devono viaggiare a temperature di 162 °C sotto zero, con costi energetici e anche economici elevatissimi.

Peraltro non dimentichiamoci che l’importazione di gas liquefatto necessita di un’adeguata disponibilità di impianti di rigassificazione, strutture altamente problematiche da molti punti di vista. Insolenti da quello paesaggistico, dal momento che sono alti come palazzoni di dieci o quindici piani, essi comportano un impatto sugli ecosistemi marini assai grave, un aumento del rischio di incidenti molto significativo, e sarebbero esposti al pericolo di esplosioni. Inoltre, ovviamente, la loro presenza comporta la moltiplicazione del traffico di grandi navi gasiere, elementi ad alto rischio di catastrofi ecologiche. Ad oggi, l’Italia ha tre rigassificatori: l’Adriatic Lng, della capacità di otto miliardi di metri cubi, al largo del Delta del Po, Panigaglia, in provincia di La Spezia (3 miliardi), e un altro al largo di Livorno (3,75 miliardi). Intanto è iniziato l’iter burocratico per altri due, a Gioia Tauro e a Porto Empedocle, di cui in ambienti ENI si dice siano sostituibili con due grandi navi gasiere, trasformabili appunto in rigassificatori, da ancorare da qualche parte al largo. E mentre componiamo questo elaborato il Governo italiano sta approvando il percorso per la costruzione di nuovi impianti. Ma la situazione presenta delle novità di ora in ora, se è vero, come apprendiamo dai comunicati stampa della Regione Emilia Romagna, che il Presiedente Bonaccini stesso candida Ravenna a sede di un “impianto galleggiante” di rigassificazione, ipotesi alla quale il Ministro sembra aderire di buon grado.

Comunque la realizzazione di simili infrastrutture richiede diversi anni, forse anche cinque. La scelta delle navi gasiere “trasformabili” sarebbe forse un po’ più rapida (i superottimisti “falchi” del gas&oil dicono un anno, ma ben pochi ci credono), ma in ogni caso non è bella e pronta, anche perché di navi metaniere adatte, già esistenti sul mercato, ce ne sono poche. E naturalmente la struttura deve prevedere la costruzione di gasdotti, che portino il materiale rigassificato a terra, ai punti di destinazione, con pesante impatto per le coste e per l’entroterra. La città di Ravenna(come altre)si candida quindi ad ospitare un FSRU (Floating Storage Regasification Unit, unità di rigassificazione galleggiante) per un potenziale di cinque miliardi di metri cubi all’anno, nella logica di voler trasformare il nostro Paese, con la città romagnola ai primi posti in classifica, in un vero e proprio polo di estrazione, accoglienza, trattamento, e smistamento del metano.

Si dovrebbero dire quindi le cose come stanno. Le soluzioni ancorate alla permanenza sine die nel mondo del gas(e gli esempi fatti sono solo alcuni, non abbiamo per esempio ripreso il tema dei deludenti impianti di cattura e stoccaggio della CO2)non sono affatto a portata di mano.

La scelta di viaggiare speditamente sulla strada della fuoriuscita dai fossili –insomma – stenta a decollare, anzi trova ostacoli di ogni tipo.E così, intanto, fioriscono i progetti, per ricezione, stoccaggio, rigassificazione, ulteriori metanodotti, e così via

C’è speranza? Dobbiamo metterci l’anima in pace e aspettare rassegnati l’“olocausto climatico” oppure in realtà l’opposizione a questa tendenza potentissima, ma che ha in sé anche punti deboli, esiste?

Esiste, si può ben dire, e sta nelle mobilitazioni del movimento per la giustizia ambientale e climatica, che sta cercando sempre di più di creare convergenze con chi si impegna per la giustizia sociale e per il lavoro. Lo scorso 26 marzo a Firenze, convocati dal Collettivo della GKN, numerosi movimenti, comitati, associazioni, compresi i collettivi che fanno capo alla Campagna “Per il Clima – Fuori dal Fossile”, hanno sfilato assieme alle maestranze di quell’azienda, che nella loro vertenza hanno assunto i temi della riconversione ecologica come punto fondante della lotta per l’occupazione e un diverso modello produttivo. Riappare con una instancabile periodicità da fasi lunari, il movimento dei Fridays for Future, che non si arrende nel rivendicare un diritto al futuro che non sia fatto di sole chiacchiere. Presidi e flash mob si susseguono nelle città e sotto le sedi istituzionali, come quello del 22 aprile al Ministero dei Beni culturali, indetto dal movimento dei “Cittadini per le Rinnovabili”, che rivendica lo sblocco delle pletoriche asperità burocratiche che inficiano la realizzazione dei progetti di impianti basati sulle energie rinnovabili. Il 21 maggio a Roma e a Milano, un insieme di comitati e associazioni manifesterà nei pressi degli uffici del Parlamento europeo per contrastare l’assurda scelta di inserire nucleare e gas nella Tassonomia verde. Presenze cadenzate di protesta si moltiplicano in quasi tutto il Paese, come in molte parti del mondo. Nella Regione Emilia Romagna i movimenti riuniti nella RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale) stanno portando avanti quattro proposte di legge regionale di iniziativa popolare sui temi ambientali, fra le quali spiccano proprio quelli relativi a un nuovo modello energetico. E sui rigassificatori rullano i tamburi di una dura battaglia.

Ed è un’opposizione ricca di proposte in positivo, come quella di creare una rete di Comunità Energetiche, realizzabili in tempi non troppo lunghi, che darebbe un consistente contributo all’autosufficienza energetica di abitazioni, condomini, frazioni, centri commerciali, con ricadute fortemente positive di filiera, per esempio nel settore dei trasporti. La Campagna “Per il Clima – Fuori dal Fossile” in tal senso sta sviluppando una specifica e articolata elaborazione.

Ma tale opposizione esiste anche a partire dalle periferie del mondo istituzionale. Per esempio, la pessima scelta operata dal Comune di Ravenna di trasformare definitivamente il proprio territorio in una metanolandia (come si diceva, non solo invocando il mantenimento dell’attuale apparato di estrazione, deposito, trasporto del gas, ma auspicando il potenziamento senza limiti della presenza metanifera, aumentando le trivellazioni, costruendo rigassificatori, implementando la costruzione del segmento nord del gasdotto cosiddetto della Linea Adriatica) non è condivisa da ogni ente locale. Proprio recentemente ventiquattro comuni, fra quelli che dovrebbero essere interessati alle nuove sedi di prospezione per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi, si sono opposti con decisione. Si tratta di ventiquattro realtà locali, pertinenti a cinque regioni, che hanno contestato con un ricorso al TAR del Lazio la scelta contenuta nel PITESAI.

Va evidenziato come si sia prodotta una significativasinergia fra le istituzioni ricorrenti e la mobilitazioneambientalista. Infatti il ricorso è stato scritto in collaborazione con il Movimento NoTriv, uno dei soggetti maggiormente impegnati nel variegato panorama delle lotte. Nel documento, che contesta l’irregolarità formale riguardante i tempi di presentazione del piano, si entra anche nel merito dei contenuti, che sarebbero totalmente in attrito con la normativa (per altro già contraddittoria, come si è visto) e la giurisprudenza europee.

Si può dire quindi che non tutto è stato deciso sul nostro futuro energetico, e l’inversione di tendenza è sempre possibile. A questo scopo sarebbe quanto mai positivo, ed efficace, se molte istituzioni locali seguissero l’esempio dei ventiquattro comuni che hanno presentato quel ricorso. Al contrario, i municipi che fanno la scelta opposta, arrivando a invocare un potenziamento sostanzialmente senza limiti di tutto ciò che è legato al mondo dell’estrattivismo, compiono un errore storico, e si rendono compartecipi dell’impossibilità di ridurre il più possibile le emissioni climalteranti, con un danno incalcolabile alle nuove generazioni. Dal punto di vista economico, politico e sociale, la svolta verso le rinnovabili, certo organizzata e graduale, ma decisa e irreversibile, offrirebbe grandi potenzialità in termini occupazionali, in termini di autosufficienza dei territori e naturalmente di abbattimento dell’inquinamento di prossimità, con concreti vantaggi per la qualità dell’aria e la salute delle persone.

Per tornare al caso ravennate, come accennato, il Sindaco (Michele De Pascale, del Partito Democratico) sta puntando tutto sul rafforzamento e la compattezza del partito delle estrazioni, e su questa linea di estremismo estrattivista si è creato, all’interno dell’istituzione municipale, un fronte che con l’unica lodevole eccezione del M5S (pur parte della maggioranza) va dall’estrema destra, al centro repubblicano, tradizionalmente accanito sostenitore del mondo oil&gas, fino all’area di sinistra dell’alleanza, che aveva fatto della svolta ecologica il punto fondamentale della propria campagna elettorale. Ed è paradossale che tale fronte si sia creato sulla parola d’ordine della diversificazione delle fonti energetiche.

Anche solo a lume di buon senso, in un territorio dove il metano fa da padrone e condiziona in buona parte l’assetto economico e la qualità della vita, diversificazione dovrebbe voler dire iniziare almeno parzialmente a ridurne la presenza e l’impatto, e fare contestualmente spazio alle nuove soluzioni basate sulle rinnovabili. In attesa dello sblocco degli iter autorizzativi e della possibilità di ottenere finanziamenti, è pronto un progetto per la realizzazione di un parco eolico-fotovoltaico da installare in mare a venti chilometri dalla costa ravennate, realizzazione che potrebbe iniziare a funzionare in tempi medio-brevi, e sarebbe in grado – a pieno regime – di fornire energia elettrica a circa settecentomila abitanti, in tutto il territorio della Romagna. In verità, se il governo di Ravenna mettesse in proposte e azioni per il risparmio energetico, per la produzione decentrata e la realizzazione delle Comunità Energetiche, la stessa baldanza che usa nel rivendicare l’espansionismo metano-centrico, allora ci si comincerebbe ad avviare veramente verso una diversificazione degna di tale nome, con beneficio di tutte e tutti, da ogni punto di vista.

Non si è ancora creato, a Ravenna e nell’Alto Adriatico, quel fronte comprendente associazioni, comitati, categorie sindacali, pezzi consistenti del mondo politico e delle istituzioni, che in altre realtà come ad esempio quella di Civitavecchia, sta disegnando, pur fra tante difficoltà – attualmente acuite dalla tragedia bellica – un impegno per il futuro, che speriamo non venga mai meno. Ma la società civile attenta e combattiva esiste, perché nessuno – soprattutto chi oggi fa abbondanti profitti nel modello estrattivista – regalerà nulla alle attuali e alle successive generazioni. Per cui non deve venire meno la mobilitazione trasversale e intergenerazionale a difesa dei territori, del futuro e delle possibilità di continuare a sperare. La richiesta a gran voce della fuoriuscita dal fossile deve essere sempre di più la strada maestra per creare le condizioni di un modello sociale nuovo e più felice. Anche per favorire la Pace.

Note

1 Così si apre il comunicato stampa che ha accompagnato la presentazione del Sesto Rapporto prodotto dal Terzo Gruppo di Lavoro dell’IPCC, quello dedicato alle strategie di mitigazione (https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg3/resources/press/press-release/)

Qui il PDF

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *