Materiali

L’illusione del progresso. Bob Devine intervista Jon Erickson

“Interessi potenti stanno privatizzando i benefici, e socializzando i costi, di un’economia che non è più al servizio della società nel suo complesso”. Un nuovo libro di Jon Erickson esplora la cruda realtà economica che ha portato a un’inflazione alle stelle, a una crescente diseguaglianza, a una politica polarizzata e alla crisi climatica

Articolo ripreso dal sito del Gund Institute For Environment dell’Università del Vermont.

In questa intervista, Jon Erickson – voce di punta dell’economia ecologica, professore di Sustainability Science and Policy presso l’università del Vermont, a suo tempo consigliere di Bernie Sanders – racconta il suo personale viaggio di allontanamento dalla tradizionale economia dello sgocciolamento, e anche da concetti progressivi come quello di ‘crescita verde’ in circolazione negli ambienti del business sostenibile.

Partiamo dal titolo, L’illusione del progresso: sottrarre il nostro futuro alle favole dell’economia. Qual è l’illusione?

L’illusione del progresso è una favola circa il posto e lo scopo dell’umanità nel mondo. È una storia costruita sull’iper-individualismo e la crescita senza limiti che è l’opposto della realtà ecologica e del nostro innato senso di giustizia. È un’illusione che gli economisti hanno insegnato e praticato per decadi e che ha aiutato a raddoppiare le dimensioni dell’economia globale ogni 25 o 30 anni, erodendo nel frattempo le vere basi della società e la qualità della vita.

Che dire della ‘crescita verde’?

‘Crescita verde’ è diventata una parola di moda negli affari, nel governo, presso le agenzie internazionali dello sviluppo – perfino presso l’Intergovernmental Panel on Climate Change. Il suo significato è che l’economia globale può continuare a crescere al 2-3% ed eludere i limiti ambientali del nostro pianeta attraverso la tecnologia e l’efficienza. Ma a un tasso di crescita del 3%, raddoppieremmo l’economia globale nel giro di appena 24 anni. Dato quanto strettamente l’impoverimento dell’ambiente e l’inquinamento sono stati legati alla crescita in passato, non ritengo che le assunzioni eroiche circa lo sviluppo e la diffusione della tecnologia fatte dai paladini della crescita verde possano essere un sentiero verso la stabilità o la salvaguardia della biodiversità. Vagheggiare di un’economia ‘Star Trek’ è un modo per evitare i cambiamenti politici e culturali richiesti per vivere bene nei limiti dei nostri mezzi.

Nel libro, fai la cronaca della tua personale evoluzione come economista. Come riassumeresti quel viaggio?

Il mio cambiamento di direzione è cominciato all’università. Pieno dell’etica ‘l’avidità è un bene’ degli ultimi anni Ottanta, dopo la laurea di indirizzo aziendale ho smesso di studiare e ho fatto un sacco di soldi. Ma avevo anche ereditato il senso della giustizia e l’amore per la vita all’aria aperta di mia madre, e così ho cominciato a rendermi conto che l’economia mainstream è il contrario del fine di una maggiore giustizia sociale e della salvaguardia della terra. Quando ho cominciato a cercare ponti tra l’economia, l’etica e l’ecologia, ho scoperto il campo emergente dell’economia ecologica e da allora non ho più avuto ripensamenti.

Che ruolo giocano il governo e l’azione organizzata collettivamente?

Noi osserviamo comunità che si mettono insieme per costruire economie più sostenibili ed eque, comprese imprese di tipo cooperativo, fondi fiduciari di risorse naturali e piani di comunità locali dell’acqua, del cibo e dell’energia. La fida è quella di espandere e approfondire questi sforzi. A livello statale e federale, si stanno adottando nuove metriche per incoraggiare il conseguimento di risultati più sostenibili e giusti, come il Genuine Progress Indicator – del quale il Vermont è stato un leader – e i nuovi conti del capitale naturale dell’amministrazione Biden. Non vi è scarsità di idee e intenzioni buone, soltanto la mancanza della volontà politica di rompere con il vecchio modo di pensare.

Tu sostieni l’idea di un ‘pragmatismo radicale’. Come lo definiresti?

Il pragmatismo radicale riconosce le cose che dobbiamo fare in concreto, nel breve periodo, Per esempio, ho speso una carriera cercando di capire come una tassa sulle emissioni di anidride carbonica potrebbe aiutarci a superare la dipendenza dai combustibili fossili. Ma abbiamo anche bisogno di mutamenti dello status quo più profondi, più comprensivi. La parte radicale significa andare oltre i meccanismi volontari, di mercato, per intraprendere azioni come la messa al bando delle infrastrutture fossili, come alcune città degli Stati Uniti e alcuni paesi hanno fatto. Dobbiamo rompere la dipendenza dai percorsi sociali, tecnici ed economici che ci imprigionano nella produzione degli impatti climatici.

Hai scritto che la cultura influenza le nostre visioni dell’economia. Puoi spiegarci?

L’economista John Kenneth Galbraith ha scritto che “le idee economiche […] non possono essere vista separatamente dal mondo che interpretano”. Questo aiuta a comprendere l’ideologia che sta dietro il nostro sistema economico, al fine di cambiarlo. La mia interpretazione è questa: la nostra cultura consumistica ci incoraggia a vivere al di là dei nostri mezzi, mentre potenti interessi stanno privatizzando i benefici e socializzando i costi di un’economia che non è più al servizio della società nel suo complesso. Tra le strade da seguire per rompere l’illusione della possibilità di una crescita infinita in un mondo finito, che oltretutto neppure è desiderabile, c’è quella di esplorare nuove narrazioni culturali che abbracciano il lato dell’umanità propenso alla cura e alla condivisione.

Qui il PDF

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *