Intervento al seminario “La finanza è guerra. La moneta è un’arma. Viaggio tra le forme del dominioper la presentazione del libro omonimo di Silvano Cacciari, edito da Casa Usher. L’incontro si è tenuto il 7 maggio 2024, all’interno del ciclo “Distopie digitali nell’epoca del capitalismo delle piattaforme”.

Il libro di Silvano Cacciari indaga con sguardo ampio e tagliente un buco nero tanto poco esplorato quanto capace di influenzare l’ordine gravitazionale delle norme sociali che articolano il mondo. Questo buco nero, l’ambiente della finanza, che l’autore descrive come dominato da “dinamiche antropologiche neotribali” (pag. 8) – su questa definizione tornerò alla fine – dove il vettore principale è quello della “guerra annidata negli scambi e nei servizi in moneta e suoi derivati”, identificando appunto “nell’intreccio tra conflitto sul campo e guerra finanziaria la chiave di lettura delle complessive distruzioni sociali e materiali della parte di secolo in cui viviamo” (pag. 9).

In questo mio intervento proverò ad analizzare alcuni fili di tale intreccio, partendo dai punti di contatto, dalle similitudini, dalle contraddizioni e dai ribaltamenti di senso riscontrabili a partire da un’osservazione del linguaggio.

Incomincio allora da un primo riscontro – ironicamente ossimorico rispetto al leit motiv del libro e del nostro discorrere – che sta proprio nell’origine etimologica del termine finanza, dal latino finantia, derivato da finare-finire, col significato di “definizione amichevole di una controversia” (solo poi ha assunto il significato, per primo nella lingua francese, di transazione pecuniaria, denaro contante). L’opposto di guerra, quindi, che nell’origine germanica di verre indica una baruffa violenta e confusa e in quello latino di bellum, da duellum, la risoluzione in armi di una disputa tra due soggetti.

In questo primo contatto linguistico tra i due enti, dunque, sembra essere la guerra ad aver incistato e mutato la natura della finanza. La finanza nello strutturare un suo gergo – come è tipico di ogni gruppo tribale o neo-tribale – attinge infatti proprio al vocabolario della guerra. “Conquista, accerchiamento, contenimento, attacco, dissanguamento, terra bruciata” sono solo alcune delle espressioni più usate, assieme a quelle di più nuova fattura elencate dall’autore, come flash crash o flash boom (pag. 157), affiancate da altre alludenti all’esplorazione, con note a volte fantascientifiche o cyberpunk (price discovery, vanguard, robo-trader) e soprattutto alla predazione di risorse, alla caccia, a cui l’autore fa risalire la fonte generativa della guerra, in una condivisa genealogia simbolica e ritualistica. Questi elementi si trasmettono, dice l’autore, di società in società, e si riversano infine nell’ambiente neo-tribale della finanza, intorno al totem della moneta, la savage money, che include, nelle sue parole, “quella porzione di relazioni tribali e di sottomissione impresse nella moneta che non contiene solo i numeri che certificano il suo potere di scambio ma anche quelli sociali dell’immaginazione, dell’onirico, delle competizioni e del conflitto” (pag. 119).

Nell’uso corrente del linguaggio mediatico – e non solo – si genera così un curioso ribaltamento: se per la finanza si usano gli stilemi del vernacolo guerresco; al contrario per la guerra combattuta con le armi tradizionali si ricorre a una pudicizia lessicale che sostituisce le accezioni di sofferenza e di distruzione con altre neutre o giustificative (operazione speciale, azione di difesa o, financo, intervento di pace).

Inoltre, la finanza nell’acquisire il vocabolario bellico, attinge anche al suo più sofisticato immaginario filosofico e letterario. Non è un caso, ci ricorda l’autore, che uno tra i libri più letti, citati o esibiti nell’ambiente finanziario sia proprio l’Arte della guerra di Sun Tzu. Di esso, in particolare la finanza pare cogliere – prendo io ora in prestito una terminologia bellica – i soli aspetti tattici (lo stabilire una catena di comando gerarchica flessibile, l’uso delle spie per trarre informazioni, la corruzione dei ranghi avversari, la conoscenza del territorio, l’avanzare con le spalle coperte, il distribuire l’offensiva su più fronti, il prendere di sorpresa l’avversario, la preparazione delle vie di fuga), fraintendone però il nucleo strategico, ricordato dallo stesso Cacciari: “L’eccellenza suprema non è combattere e vincere in battaglia. È rompere la resistenza del nemico senza combattere” (pag. 42). L’autore ci dice, infatti, che nella finanza si alimenta uno stato di guerra – financial warfare (p. 58) permanente, dove ci si combatte con munizioni monetarie, che distrugge valore per ricrearlo e appropriarsene, scaricando le esternalità negative sulla società, sugli Stati e sugli altri operatori concorrenti. Allora, al netto di battaglie vinte e temporanei avanzamenti, non si può giungere mai a una vittoria risolutiva, che permetta di godere dei dividendi della pace, di controllare con profitto il territorio che si voleva conquistare. Una costrizione a metà fra la fatica di Sisifo e il supplizio di Tantalo. Sun Tzu non sarebbe stato d’accordo. Si guerreggia per guerreggiare, razziando qua e là, massacrando e subendo a propria volta gli strali di queste disgrazie, che si susseguono in un tempo sempre più rapido e infinito.

Questo eterno presente che elude in sé la dimensione di una strategia, può avere luogo solamente nello “spazio non naturale” (pag. 82) della dimensione immateriale del web, “dove – afferma l’autore – le tecnologie di movimentazione del denaro pronte per chiunque e ovunque su mobile, contribuiscono a sedimentare fenomeni di finanziarizzazione del mondo che possono incidere sui mille piani della società, immettendo nuove dosi di aggressività e, assieme, di disciplinamento sociale” (pag. 14), con l’ambizione di eludere i confini dello spazio geografico e politico-amministrativo. La comunità neo-tribale della finanza cerca quindi di formare il mondo a sua immagine, per poterne disporne, e nel farlo traspone le sue caratteristiche peculiari in esso. In primis, l’eccesso, l’iperattività, la morbosità aggressiva e incessante.

A guardar bene però, queste non mi paiono caratteristiche originarie della finanza, ma piuttosto di quel potere della velocità, “dromocrazia” secondo la definizione del filosofo e urbanista francese Paul Virilio, che rimpicciolisce lo spazio e illude di estendere il tempo. Un potere insito nel progresso della tecnica, che contamina non solo la finanza ma ogni ramo del sapere e dell’agire. Un potere che privilegia e stimola specifiche inclinazioni del carattere umano, alcune determinate forme di intelletto: la reazione istintiva non riflessiva assieme all’analisi rigida e precostruita, più volte esperita e dunque meno costosa da ripercorrere dal punto di vista delle energie neuro-psicologiche, in un ambiente in cui un eccesso di stimoli informativi pone in un continuo stato di allerta e di eccitazione. Un schema tipico delle compravendite di borsa. Non è un caso se per il filosofo francese, la vera essenza del mondo accelerato è l’incidente, la successione di catastrofi, senza soluzione di continuità e senza fine.

La finanza è da sempre un regno del potere della velocità, ma oggi ancor di più, attraverso gli algoritmi informatici dell’High-Frequency Trading – modalità con cui si effettuano oggi il 70% delle transazioni in alcuni settori (pag. 140) – che operano in automatico per vendere e acquistare titoli in enorme quantità e a largo spettro, nel giro di frazioni di secondo, allo scopo di lucrare sulla somma di singoli minuscoli margini di guadagno. Creati per servire un certo scopo, questi programmi di calcolo automatici fungono da “elemento di radicalizzazione dei comportamenti predatori degli esseri umani” (pag. 48), asserisce Cacciari, in una spirale viziosa di accelerazione distruttiva. Una versione 4.0 del rituale dei potlàc, raccontato da Mauss nel Saggio sul dono, rituale in cui, come nelle dinamiche di accaparramento della ricchezza, il fine esibizionista del potere in sé travalica quello dell’utilità nel disporre di ingenti beni materiali. In questo senso, secondo l’opinione di Turney Duff, riportata da Cacciari (cfr. pagg. 29 e ss.), la finanza non solo muta la fenomenologia dell’economia capitalistica, ma ne sovverte financo in buona parte la teleologia. E fa lo stesso con la guerra in armi convenzionali, che l’autore, parafrasando il celebre brocardo di von Clausewitz, declina a ormai mera “continuazione della finanza con altri mezzi” (pag. 44). Se, come dice Sun Tzu, è “sul campo di battaglia che si decide la vita o la morte delle nazioni”1 per la finanza il campo è quello dello sconfinato spazio non naturale e la morte non riguarda più le sole nazioni.

In questa hybris finanziaria, che vuole sottomettere non solo Zeus e Marte, ma anche Nike, io vedo però emergere le contraddizioni del rapporto di coesistenza tra finanza e guerra. In termini storici, come ci ricorda l’autore, la guerra finanziaria odierna tenta di emanciparsi dalla Finanzkrieg bismarckiana della prima globalizzazione dell’Ottocento, da cui ha origine (cfr. pagg. 23 e ss.). Non può però alienarsi del tutto da essa. Ricorro a un aneddoto per introdurre il mio ragionamento. Il nesso materiale tra le armi e le monete è crudamente rappresentato dalla citazione attribuita al Barone Nathan Rothschild, “Il momento di comprare è quando il sangue scorre nelle strade”. Il Barone, già grande finanziatore del Governo britannico durante le guerre napoleoniche, pare fosse venuto a conoscenza ancor prima dei Reali stessi dell’esito della battaglia di Waterloo e si mosse così in anticipo per acquistare in gran numero i titoli di Stato della Corona, intuendo che con la fine del conflitto, l’indebitamento pubblico nell’arco di un paio d’anni si sarebbe ridotto, portando a una risalita dei titoli di Stato, da vendere nei momenti di massimo picco di rimbalzo, cosa che egli fece facilmente, ottenendo un guadagno di circa il 40% sul capitale investito. Ora, questa operazione potette essere messa in atto agendo all’interno di un corpo di norme, dentro i confini di uno Stato e prendendo parte alla vicende politiche di quello Stato, con in mente una prospettiva di realtà futura. In una dimensione storica, dunque, producendo le condizioni materiali per la sua esistenza. Condizioni che sono economiche, quindi legate a reali beni di sussistenza e di consumo, da cui la finanza, per quanto si possa fare solipsistica moltiplicatrice del valore monetario, non può prescindere. In un tempo di eterno presente, con il fine di distruggere qualunque corpo e recinto sociale estraneo a quello del gruppo neo-tribale di appartenenza, i signori e gli operatori della finanza sembrano avere poco presente questa consapevolezza.

Aggiungo, come già accennato, che la guerra finanziaria non si muoveva, e non si muove, solo per mano degli investitori privati, per quanto coordinati, ma anche delle grandi istituzioni pubbliche, gli Stati in primis, con gli armamentari sanzionatori rivolti verso i propri nemici; armamentari che anche il presidente Woodrow Wilson giudicava più tremendi ed efficaci della guerra convenzionale. Armamentari che, come scrive Alessandro Aresu nel suo Il dominio del XXI secolo2, istituiti in larga parte negli USA nella prima metà del XX secolo, sono ancora in piena attività (cfr. Pagg. 90 e ss.; 102 e ss.). Cito giusto i più rilevanti: il Defense Production Act del 1950, che permette al segretario al Commercio di forzare processi produttivi e azioni commerciali – già in uso per la guerra dei chip contro la Cina; e il Trading with the Enemy Act del 1917, corpo normativo nato per limitare le capacità economiche e tecnologiche tedesche, anche attraverso il sequestro di beni (che fece esclamare a un parlamentare statunitense “Questa guerra sarà vinta dai dollari quanto dagli uomini e dalle armi”), da cui origina quello che diventa dal 1940 l’Office of Foreign Funds Control – l’ufficio potenzialmente deputato, ad esempio, alle operazioni di sequestro delle riserve estere russe di cui si parla ultimamente.

Se il presupposto di esistenza della finanza affonda pur sempre nell’economia, e quindi il suo dominio su quello economico-commerciale, non si può allora dimenticare che questo ultimo è a sua volta inscindibilmente legato a quello militare, come si legge nella citazione, riportata sempre da Aresu, di Alexander Hamilton, padre fondatore degli USA e primo segretario al Tesoro: “Qualunque siano le filosofie politiche ed economiche che animano una nazione, essa può ignorare solo con grave pericolo le esigenze del potere militare e della sicurezza nazionale, che sono fondamentali per tutti gli altri problemi di governo” (p. 92). Lo stesso ribadisce ai giorni nostri Wilson Beaver, analista del Difesa e veterano dell’esercito, nel suo articolo “L’industria della difesa non protegge più l’America” per l’ultimo numero di Limes, titolato “Mal d’America”, identificando nella forza della US Navy l’anima del vigore dell’economia statunitense e parlando con preoccupazione delle difficoltà dell’industria a stelle e striscie, già oberata da inefficienza e costi gonfiati, a rispondere all’aumento di richiesta d’armi proveniente dall’Europa. Alla finanza interessa guadagnare dai suoi investimenti e quelli nel settore della Difesa USA sono certo tra i più fruttuosi (si pensi che, secondo lo Stokholm International Institute for Peace – SIPRI, gli investimenti militari sono arrivati nel 2023 alla cifra record di 2.240 mld di dollari, la più alta in Europa dai tempi della Guerra fredda, con un aumento dei guadagni per i grandi fornitori, quasi tutti statunitensi, superiore al 10%). Ma se, da un lato, per massimizzare le rendite, si opera affinché siano le industrie su cui si è investito a produrre e vendere il più possibile verso tutti; dall’altro, si rischia così di dissolvere il ciclo produttivo diversificato tra i vari attori regionali e di appesantire con ordini eccessivi le industrie domestiche, generando rallentamenti e inefficienze nella produzione, quindi nel rifornimento di armi, dunque nella capacità di dare alle forze armate gli strumenti per esercitare quel dominio militare su cui quello economico e poi quello finanziario fondano la propria esistenza. Il mito dell’immaterialità, esattamente come nel caso dell’economia digitale, finisce per essere un’astrazione fuorviante per gli stessi che la producono, dimenticando che l’immaterialità non può esprimersi senza la materialità, così come il pensiero non può esprimersi (almeno finora) senza corpi che lo generino. La dimensione materiale della finanza è ancora dentro i confini statunitensi, dove il mercato dei capitali è pari al 20% del PIL, rispetto al manifatturiero che cuba solo l’11%, e genera il 50% dei profitti. Gli USA valgono il 25% dell’economia mondiale, ma l’88% delle transazioni finanziarie e il 60% passivi bancari (dati dell’Atlantic Council e del FMI, riportati da Filippo Maronta nel suo “Pagare e comandare” – pag. 150 – sempre per l’ultimo numero di Limes). Questa ipertrofia finanziaria genera una correlazione inversa tra l’andamento della borsa e gli indicatori economici, con il risultato di indebolire gravemente la struttura socio-economica che abita e che la produce. Con le parole che Shakespeare fa pronunciare a Ross in un dialogo con Macduff (consigliere del Re e uccisore di Macbeth, di cui Ross è cugino e messaggero), in merito agli efferati delitti compiuti per brama di potere da Macbeth, quella della finanza “è la prodiga ambizione che finisce con lo sperperare, per l’avidità, gli stessi mezzi del sostentamento”3.

La mia impressione è che alla finanza che vuole inglobare la guerra e la politica, sfugga un ulteriore aspetto, ovvero che la prima non è forse continuazione della seconda, come diceva von Clausewitz, ma più probabilmente, come sosteneva Mao Tse-tung “la guerra è politica con spargimento di sangue”, e “la politica è guerra senza spargimento di sangue”4. L’azione militare è mera ipostasi particolare di un ideale che sorvola i campi di battaglia, solo un mezzo del largo armamentario con cui si opera la guerra tout court: economia, diritto, ideologia, propaganda, tecnologia. E non mi riferisco solo alla “guerra senza limiti” dei colonnelli cinesi Qiao Liang e Wang Xiansui, citati da Cacciari (cfr. pagg. 82 e ss.), o alla “guerra ibrida” variamente teorizzata dai capi di Stato maggiore russo e statunitense Valerij Gerasimov e George Casey. La guerra si è affermata nel tempo e secondo precise coordinate geografiche come al contempo gemella della politica, e assiale vettore di trasformazione delle società umane, dunque, elemento denotativo dell’umanità per come appare oggi, portato di una palingenesi violenta e famelica, come si legge tra le pagine dei Taccuini del deserto di Ben Ehrenreich5. La guerra non è un residuo tribale che sopravvive nell’edificio della civiltà, ma forse uno degli architetti principali della civiltà per come è adesso. Un neo-tribalismo, quello finanziario, che tentasse di abbattere i pilastri di questo edificio, credendolo ormai sola una gabbia alla sua espansione, rischierebbe di finire schiacciato sotto le sue macerie.

Questa ultima riflessione, mi permette di riconnettermi all’accenno che facevo all’inizio rispetto al tribalismo. Cacciari fa una descrizione peculiare e articolata delle neo-tribù finanzarie, dove spregiudicatezza e violenza, razionalità e follia convivono dentro un ordine simbolico onirico. Vorrei però in chiusura provare a riscattare in parte le società tribali, di cui fin qui abbiamo parlato con accezione negativa. Nelle tribù la squadra di cacciatori non rappresentava tutta la comunità, ma una sua parte al servizio dell’insieme, che procurava una tipologia di cibo fondamentale per il comune sostentamento. Il senso del limite sociale e naturale era indispensabile per garantire la sopravvivenza della tribù e la guerra contro altre tribù esisteva, certo, ma era un evento episodico e di portata ristretta, legato prevalentemente alla scarsità di risorse e alla impossibilità di migrare per trovarne delle altre, oltre che, ovviamente, alle specifiche caratteristiche culturali di un certa comunità. La violenza o le azioni di protezione e di conquista sono certamente addirittura preesistenti alle società tribali e hanno radici profonde come l’evoluzione che ci porta all’homo sapiens, ma la guerra, in quanto violenza organizzata, si impone come asse portante dell’istituzione socio-culturale umana nel corso degli ultimi 15.000-20.000 anni, proprio sulla scorta dell’azione di alcune specifiche comunità. E trova spazio d’espansione con la stanzialità, la difesa del territorio, la gestione delle risorse accumulate, di pari passo con una cristallizzazione e progressiva esasperazione delle gerarchie sociali, a guida maschile; co-fondando in sostanza, come detto poco fa, quel che definiamo civiltà. Ecco, credo che per riformare dal profondo questa civiltà, dovremmo guardare con simpatia e attenzione anche ad alcune realtà delle società tribali, precedenti o laterali ad essa, come ad esempio quella dei Boscimani o degli Arawak, e cogliere, attraverso lo strumento più prezioso che abbiamo, il linguaggio, gli aspetti positivi da tradurre nel nostro mondo.

A tal proposito e col fine ulteriore di aggiungere un po’ di leggero ottimismo a questo mio testo, vorrei concludere con un breve racconto. Qualche anno fa mi capitò di vedere un interessante e divertente documentario, strutturato a puntate ed edito dalla TV francese, dove si tentava di ribaltare il tipico topos dell’antropologia, accompagnando due abitanti di una comunità tribale dei territori pacifici d’Oltremare a visitare la Francia, per conoscere, analizzare e commentare la società europea. Tre episodi mi sono rimasti particolarmente in mente. La sorpresa dei due visitatori nel constatare la prestanza muscolare degli atleti delle palestre parigine: “Antoine è più forte di ogni re della terra!”, esclamava uno di loro. Lo sgomento nel visitare la povertà e la bruttezza di alcune banlieue, dopo aver ammirato lo sfarzo dei palazzi nobiliari e delle vie centrali della capitale: “Come è possibile – si domandavano – che in un luogo tanto ricco, capace di produrre tanta bellezza, così tante persone debbano vivere in posti così tristi e degradati, poveri di vita. Come possono accettarlo senza ribellarsi? Da noi non sarebbe mai possibile!”. E infine, la tristezza nel visitare il cimitero ai caduti di una battaglia della Seconda guerra mondiale. “Mah è grandissimo! Questo è il cimitero per tutti i morti di tutte le guerre della vostra storia?”, domandavano. “No – rispondeva uno degli accompagnatori – è solo il cimitero per i morti di una sola battaglia di una sola guerra”. E i due, increduli: “È davvero terribile. Anche noi facciamo la guerra talvolta, ma al primo morto ci fermiamo. Voi uomini bianchi non avete davvero alcun rispetto per la vita”.

Ecco, forse nel mobilitarsi – e, può essere incoraggiante ricordarlo, secondo gli studi empirici delle politologhe Erica Chenoweth e Maria J. Stephan6 nessuna mobilitazione nonviolenta è mai fallita quando ha riunito almeno il 3,5% della popolazione in modo continuativo – per superare o almeno per arginare la forza, che appare irresistibile, delle armi, siano esse missili o banconote, bisogna ripartire da qui: dallo stupore davanti alla brutalità, dal dare la giusta misura alle parole e, dunque, il giusto rispetto alla vita.

Note

1 Sun Tzu, L’arte della guerra, Milano, Il Saggiatore, 2013, pag. 3.

2 Alessandro Aresu, Il dominio del XXI secolo. Cina, Stati Uniti e la guerra invisibile sulla tecnologia, Feltrinelli, Milano, 2022.

3 W. Shakespeare, Macbeth, Milano, 2004, Atto II, Scena IV, p. 98; con le parole originali del Bardo inglese: “Thriftless ambition, that wilt ravin up thine own life’s means”.

4 Mao Tse-tung, Sulla guerra di lunga durata (maggio 1938), in Opere scelte, Vol. II, Casa editrice in lingue estere, Pechino, 1971, p. 209.

5 Ben Ehrenreich, Taccuini del deserto. Istruzioni per la fine dei tempi, Atlantide, Roma, 2021.

6 Erica Chenoweth, Maria J. Stephan, Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Non violent resistance, Columbia Press, 2012.

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Un commento a “Missili e banconote. La finanza à la guerre”

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