Il Governo esibisce come manifestazione di autorevolezza una politica repressiva nei confronti di qualsiasi fenomeno che non risponda alla visione della società propria delle forze che lo compongono e alimenta un clima di paura. Definisce nuove specie di reato a fronte di ogni manifestazione sociale e sforna “decreti sicurezza” a ogni piè sospinto, con un costante appello alle forze di polizia perché si facciano strumento di repressione. Spingono in questa direzione la Presidente del Consiglio, ministri particolarmente esaltati, vecchi e giovani formati al culto della repressione violenta. I cittadini in divisa sono sollecitatati a fare da milizia politica per conto delle forze dell’Esecutivo.
Questa sollecitazione alla regressione deve preoccupare le forze democratiche ma anche l’insieme della polizia stessa, quasi risospinta verso l’antico ruolo del Corpo delle guardie di pubblica sicurezza, felicemente superato dalla riforma che ne determinò la smilitarizzazione e l’inserimento in una logica di garanzia e salvaguardia democratica.
Era la polizia di Scelba chiamata a reprimere i moti contadini per la terra e le lotte operaie per i salari e l’occupazione. Era la difesa dei ricchi e dei potenti, agrari e industriali, contro i poveri e i deboli, che aveva ucciso a Palermo, a Licata, a Reggio Emilia chi manifestava contro la pretesa di svolgere a Genova il Congresso degli eredi del fascismo, l’MSI.
Me la ritrovai di fronte il 2 dicembre 1968 ad Avola a reprimere la lotta dei braccianti per il rinnovo del contratto e il controllo dell’Ufficio di collocamento per combattere il caporalato. Il giorno prima aveva tentato di inseguire i braccianti per picchiarli nelle viuzze dei quartieri poveri della città. La popolazione la fece desistere. Quando l’indomani arrivò dove i braccianti avevano organizzato un picchetto, il famigerato reparto celere di Catania, come tutti i reparti celere di allora alle dipendenze dirette del ministro dell’Interno, si dispose in assetto di guerra e cominciò a sparare e a inseguire, sparando, i braccianti in fuga che cercavano riparo a ridosso degli alberi e dei muretti a secco. Giuseppe Sigona e Angelo Scibilia furono uccisi, mentre altre decine di braccianti rimasero feriti anche dai colpi di pistola degli ufficiali.
Da quell’immane atto di vile ferocia venne fuori, finalmente, il divieto di usare armi da fuoco nelle manifestazioni di piazza e, oggettivamente, si aprì tra le forze democratiche, e anche all’interno del Corpo, la questione riguardante l’ordinamento e il ruolo della polizia.
Pasolini, volgarmente strumentalizzato da alcuni ministri nostrani sugli scontri tra studenti e polizia a Valle Giulia, colse il divario di classe sociale esprimendo il suo distaccato disprezzo verso i privilegi della borghesia e dei suoi figli universitari. Non ebbe però modo di considerare, se non come contraddizione in seno al popolo, come, ad Avola, figli in divisa di braccianti e di contadini poveri e analfabeti avessero sparato e ucciso braccianti e contadini che lottavano per i loro diritti e la loro dignità. Era evidente che lo Stato di classe organizzava l’uso della forza in funzione degli interessi delle classi dominanti.
In quella splendida fase creativa che prese il nome di “Autunno caldo”, il movimento operaio aveva impresso alla società un moto che guardava all’uguaglianza, alla conquista di diritti sociali e civili e produceva, quindi, anche una forte scossa all’assetto dello Stato. Lo Statuto dei diritti dei lavoratori, approvato mentre decine di migliaia di operai e dirigenti sindacali erano denunciati per le manifestazioni che si succedevano a centinaia nelle città, nelle fabbriche e nelle aree industriali, spingeva anche a valutare con maggiore chiarezza il ruolo democratico del conflitto sociale e a considerare il lavoro e i rapporti di lavoro come una questione dirimente dell’organizzazione della società e non una patologia da curare, correggere e reprimere.
In questo clima comincia a prendere forma e sostanza anche la riflessione sulla natura, il ruolo, la funzione e la collocazione della polizia. E il prestigio crescente del sindacato dei consigli, in qualche modo, sollecitava a ragionare sulla rigida organizzazione gerarchica e autoritaria di un Corpo di pubblica sicurezza a ordinamento militare.
Ho avuto modo di cogliere quanto la vecchia talpa avesse scavato quando, da direttore del Centro studi e formazione della CGIL – la scuola sindacale di Ariccia nella vulgata dei militanti – a metà degli anni Settanta, mi trovai a ospitare alcune riunioni del comitato promotore per la riforma della polizia che si era formato all’interno del Corpo attorno alla figura prestigiosa, colta e autorevole del generale Enzo Felsani, assistito da uno straordinario maresciallo Alfredo Raffuzzi, militante storico del movimento di riforma, e sostenuto dalla rivista Nuova Polizia che il giornalista e attivista Franco Fedeli dirigeva con competenza facendone strumento di informazione e di reclutamento all’interno del Corpo.
Si avvertiva la consapevolezza di quanto il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza, militarizzato da Badoglio, fosse scollegato dalle dinamiche sociali e democratiche, sostanzialmente ordinato alla funzione di difesa interna contro pericoli di sovversione. Si avvertiva la necessità di uscire da quel ruolo e di diventare Polizia di Stato, nello spirito dell’ordinamento della Costituzione, garante della libertà e dei diritti uguali di tutti i cittadini. Negli interventi di giovani guardie come in quelli di giovani ufficiali si evidenziava l’esigenza di superare gli schemi formativi militari e promuovere una formazione culturale, giuridica e professionale più consona alla gestione delle dinamiche proprie della società civile.
Se si riflette sul fatto che questo dibattito avveniva in un contesto sociale segnato in modo tremendo e triste dal terrorismo, si coglie il livello di maturità democratica che quel movimento aveva raggiunto. Era un faticoso passaggio dalla logica dell’obbedienza cieca alla formazione dell’operatore della sicurezza organizzato e consapevole.
Quel dibattito e quel movimento si imposero, col sostegno unitario dei sindacati CGIL, CISL e UIL, e nelle forze politiche maturò la sua non facile accettazione, e il 1° aprile 1981 si giunse all’approvazione della legge 121, intitolata Nuovo ordinamento dell’amministrazione della pubblica sicurezza.
La lunga marcia dei poliziotti democratici giungeva quindi alla prima tappa con la smilitarizzazione del Corpo delle guardie di pubblica sicurezza e la nascita della Polizia di Stato. Un processo che non è stato lineare e su cui vale la pena riflettere. Intanto si dava parità di funzioni e di dignità agli uomini e alle donne nell’inquadramento del personale cui veniva riconosciuto l’esercizio dei diritti sindacali, con l’esclusione del diritto di sciopero, si creava la nuova struttura organizzativa e amministrativa della sicurezza, si definiva il quadro unitario della responsabilità politica.
Nel 1982 si svolge il primo Congresso del sindacato unitario di polizia. Enzo Felsani ne sarà il segretario generale.
Con la smilitarizzazione si sviluppano criteri di selezione e di formazione del personale – dagli agenti, ai quadri, fino ai dirigenti – più consoni alla finalità di garantire le funzioni di polizia come servizio all’insieme della società. Si pensava e ci si augurava che la pagina triste della forza al servizio del potere fosse chiusa per sempre.
Le cose non andarono così; le dinamiche sociali e politiche hanno agito e agiscono anche all’interno della polizia. La rottura della Federazione unitaria di CGIL, CISL e UIL e la successiva formazione di un secondo sindacato di polizia aderente alla CISL hanno messo in moto processi contraddittori che hanno portato alla nascita di tanti sindacati corporativi di qualifica e a quelle opache commistioni di interessi, deleterie in tutta la pubblica amministrazione, pericolosissime in un settore strategico e delicato come quello della Polizia di Stato.
Negli anni Ottanta e Novanta vi furono agenti delle scorte e dirigenti investigatori uccisi dalle mafie insieme ai magistrati, ma anche un continuo lavorio per riportare la questione dell’ordine pubblico, quale prevalente azione di contrasto e repressione della critica e delle lotte sociali. È la maledetta delegittimazione del conflitto sociale che prende corpo con la sconfitta subita dal movimento operaio e sindacale.
Il culmine di tale deriva si verifica a Genova nel 2001 in occasione della riunione del G8. Il potere dominante italiano, europeo e internazionale doveva stroncare il movimento altermondialista, che si era formato nei Forum sociali internazionali contro i processi feroci di globalizzazione, autorevolmente considerato la potenza sociale mondiale capace di rappresentare l’alternativa a quella forma di onnivoro capitalismo finanziario, pericoloso sia socialmente sia politicamente. Oggi ne vediamo le conseguenze.
Il Governo Berlusconi si fece servile interprete di quello spirito, e il Ministero dell’Interno e il gruppo dirigente della Polizia dell’epoca se ne fecero fedeli esecutori anche attraverso un addestramento specifico, tecnico e psicologico, del personale alla repressione e alla violenza contro un movimento pacifico e pacifista indicato come nemico. Persino dirigenti di varie specializzazioni, diverse dai reparti celeri, accettarono di essere coinvolti in quella vergogna che si concluse con l’uccisione di Carlo Giuliani e con la “macelleria messicana” della scuola Diaz, organizzata anche attraverso la creazione di prove false. Da quella infamia si salvarono i tanti dirigenti che da subito presero le distanze con il loro operare. Antonio Manganelli, dopo la sentenza del Tribunale di Genova, e Franco Gabrielli, appena nominato capo della Polizia, esplicitamente chiesero scusa per un comportamento inammissibile e contrario allo spirito e alle finalità della Polizia di Stato.
Nei tempi attuali, in sintonia con la delirante sindrome di accerchiamento del Governo, sembra che nel complesso organismo della polizia ritorni quello spirito fazioso che considera ogni forma di contestazione democratica e di lotta sociale un pericoloso e inaccettabile nemico da combattere e reprimere. I centri sociali vengono spesso indicati come centri di eversione e di violenza e le occupazioni solidali di immobili dismessi e in disuso, che danno un tetto a chi non ce l’ha, un pericolo per la proprietà. Le questioni della sicurezza delle città e della presenza di immigrati, gonfiata oltre ogni limite senza alcun tentativo di analisi sociale e piani specifici di interventi di prevenzione, sono agitate come giustificazione di repressione violenta.
Un Governo chiuso a ogni dinamica sociale democratica e arroccato sulla presunzione dell’assolutismo del potere dato dal voto indica i nemici da combattere – lavoratori, immigrati, disoccupati, studenti e pacifisti – e chiama la polizia al ruolo di forza di repressione. Un pericoloso velo di silenzio, spesso anche da parte della stampa oltre che dalla politica, copre le azioni di efferata e gratuita violenza di taluni agenti nei confronti di singoli – manifestanti, giornalisti o semplici passanti – persino caduti a terra e feriti. Solo l’agente picchiato da qualche esaltato fa notizia.
I “decreti sicurezza” coniugati alla carenza di personale nella polizia e alla sempre più ridotta e inadeguata attività di qualificazione professionale, anche ai livelli intermedi, costituiscono focolai di violenza. La mortificazione progressiva del momento formativo del personale di polizia, ridotto a pochi mesi, vanifica di per sé l’aspirazione contenuta nella legge del 1981 volta a trasformare gli appartenenti alla neonata Polizia di Stato da “carne da cannone” per la repressione del dissenso in “professionisti della sicurezza”. È opportuno che le forze democratiche rivolgano a questo nodo di questioni un’attenzione maggiore e un ascolto adeguato, oltre alla legittima difesa salariale.
Occorre andare oltre il terreno corporativo e rilanciare l’ambizioso disegno sociale e culturale della smilitarizzazione per garantire ai cittadini la sicurezza e il libero esercizio dei diritti che la Costituzione e le leggi riconoscono.
Chi, come me, ha organizzato e promosso diverse centinaia di manifestazioni nota talvolta l’inadeguatezza della gestione del servizio di ordine pubblico, quasi improvvisata; in altre occasioni sembra ci sia la deliberata intenzione di alimentare la tensione nelle piazze.
Insufficiente o inadeguata preparazione professionale, da una parte, e deriva securitaria e repressiva dall’altra possono costituire una miscela pericolosa. Chi si candida a costituire un’alternativa di governo non può non confrontarsi su queste circostanze e chiedere conto al Ministro dell’Interno e al Direttore generale della pubblica sicurezza, anche per capire e cercare di definire il nodo non secondario dell’unicità della responsabilità e dell’indirizzo politico, oggi preda dell’autoreferenzialità degli apparati, in primo luogo dell’Arma dei Carabinieri.
In condizioni generali di questo tipo possono svilupparsi pericolose tendenze individuali alla violenza fino alla tortura, come abbiamo visto in molti casi, e persino all’omicidio. Mostruosità che gettano un’ombra sull’insieme della polizia. In aggiunta, quasi mai vengano fermati gli autori delle effettive violenze, quando avvengono, ma solo alcuni manifestanti presenti ai fatti. Così, a Genova nel 2001 furono arrestate le vittime e, allo stesso modo, nelle manifestazioni più recenti, i black bloc hanno acquisito un ruolo che giustifica abusi e violenze ingiustificabili.
La demagogia securitaria che promana dal Governo ha acquisito, in qualche modo, consensi e adesioni tra il personale di polizia, quadri intermedi e dirigenti. E persino alcune forme di connivenza corporativa di taluni sindacati alimentano una condizione poco sana in un organismo delicato come la Polizia di Stato. Queste forme di connivenza corporativa, spesso contrabbandate come codeterminazione, operano spesso anche nella definizione degli inquadramenti e delle carriere in tutti i settori della pubblica amministrazione, e hanno portato alla perdita di autonomia del sindacato e a forme clientelari nella organizzazione del lavoro. Questo deve preoccupare chi vuole salvaguardare la polizia al servizio dello Stato e della comunità e non al servizio del Governo. Agenti, quadri intermedi e dirigenti avrebbero solo da perdere, nel giudizio dell’opinione pubblica, se restassero dentro meccanismi perversi che sostituiscono il privilegio per pochi alla parità di diritti per tutti: sarebbero i primi a pagare per i fallimenti delle politiche securitarie agitate dal Governo, fallimenti prodotti da arroganza e poca intelligenza.
Qui il PDF
Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *
Nome *
Email *
Sito web
Do il mio consenso affinché un cookie salvi i miei dati (nome, email, sito web) per il prossimo commento.