Interventi

Foto di LEEROY Agency da Pixabay 
 
Di Maria Palazzesi

Azioni in parola.

Siamo in guerra. Ci dicono. Lo dicono un po’ tutti. Dai politici ai virologi ai medici. O è dalla politica, dalla virologia, dalla medicina che ci viene questa immagine? Lo dicono gli uomini, che siamo in guerra? E le donne fanno da loro eco? O lo dicono uomini e donne? Andrò a vedere, leggere. Farò attenzione nell’ascoltare.

Perché “guerra” è una parola non poco densa di significati e rimandi e suggestioni. Una parola che nel nostro lessico e nella nostra cultura appartiene ai Padri, ai padri. Parola maschia, anche se declinata al femminile.

La guerra presuppone un nemico. Presuppone un piano di battaglia cui contrapporne uno proprio. Presuppone una chiamata alle armi. Presuppone azioni. Che contrastino e combattano. Che mirino alla cacciata del nemico, alla vittoria su di esso. Bisogna che le industrie belliche siano in iperattività, in guerra. Bisogna donare le proprie vite per salvare la Patria, le proprie genti, in guerra. E alla fine della guerra, vinti o sconfitti, si dovrà ricostruire: darsi molto da fare. Fare. Muoversi. Uniti per vincere. Uniti per ricostruire.

Ma.

Ma lo scenario cui oggi noi ci aggrappiamo non assomiglia affatto a questo. Noi non ci muoviamo per fuggire, né ci nascondiamo in luoghi segreti.

Noi non facciamo, non ci muoviamo, non combattiamo. Pare anche che difficilmente lo faremo per ricostruire. La parola d’ordine è: stare a casa, in attesa. Fermarsi. Tutto fermo. E noi pure. Inerti. Non c’è un piano di battaglia da contrastare. Il virus non ne ha.

Il virus, il nostro nemico.

Che ci obbliga a lavarci le mani fino a spellarcele. Tutto deve essere sterile. Viviamo nella purificazione. Allontanandoci dalle altre persone non appena ci capiti di incontrarle in una vicinanza “troppo” stretta in quelle rare occasioni di uscita, per le quali siamo obbligate a:

AUTODICHIARAZIONE AI SENSI DEGLI ARTT. 46 E 47 D.P.R. N. 445/2000

Il sottoscritto ________________________________________________________ , nato il ____ . ____ . _____ a ____________________________________ (______), residente in _______________________________________ (______), via ________________________________________ e domiciliato in _______________________________ (______), via ________________________________________, identificato a mezzo __________________________ nr. _____________________________________, rilasciato da _____________________________________________ in data ____ . ____ . _____ , utenza telefonica ________________________ , consapevole delle conseguenze penali previste in caso di dichiarazioni mendaci a pubblico ufficiale (art. 495 c.p.)

DICHIARA SOTTO LA PROPRIA RESPONSABILITÀ

di non essere sottoposto alla misura della quarantena ovvero di non essere risultato positivo al COVID-19(fatti salvi gli spostamenti disposti dalle Autorità sanitarie); che lo spostamento è iniziato da ________________________________________________________________ (indicare l’indirizzo da cui è iniziato) con destinazione _______________________________________________

di essere a conoscenza delle misure di contenimento del contagio vigenti alla data odierna ed adottate ai sensi degli artt. 1 e 2 del decreto legge 25 marzo 2020, n.19, concernenti le limitazioni alle possibilità di spostamento delle persone fisiche all’interno di tutto il territorio nazionale;

di essere a conoscenza delle ulteriori limitazioni disposte con provvedimenti del Presidente delle Regione ______________________________ (indicare la Regione di partenza) e del Presidente della Regione ______________________________ (indicare la Regione di arrivo) e che lo spostamento rientra in uno dei casi consentiti dai medesimi provvedimenti __________________________________________ _________________________________________________ (indicare quale);

di essere a conoscenza delle sanzioni previste dall’art. 4 del decreto legge 25 marzo 2020, n. 19;

che lo spostamento è determinato da:

o

– comprovate esigenze lavorative;

– assoluta urgenza (“per trasferimenti in comune diverso”, come previsto dall’art. 1, comma 1, lettera b) del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 22 marzo 2020);

– situazione di necessità (per spostamenti all’interno dello stesso comune o che rivestono carattere di quotidianità o che, comunque, siano effettuati abitualmente in ragione della brevità delle distanze da percorrere);

– motivi di salute.

A questo riguardo, dichiara che____________________________________________________ (lavoro presso …, devo effettuare una visita medica, urgente assistenza a congiunti o a persone con disabilità, o esecuzioni di interventi assistenziali in favore di persone in grave stato di necessità, obblighi di affidamento di minori, denunce di reati, rientro dall’estero, altri motivi particolari, etc….). ___________________________

Data, ora e luogo del controllo

Firma del dichiarante L’Operatore di Polizia

Così è.

La nostra guerra è un fatto “intimo”. Le nostre battaglie sono interne. Ci coinvolgono singolarmente, anche se nella moltitudine. Ad una ad una, diceva Carla Lonzi. E se fosse lì che dovremmo cercare appiglio? Dalla singolarità ricomporre una pluralità. Chissà. Approfittare dell’igiene per compiere un’azione di igiene morale… Pensare ad altri fare, altre azioni, altri modelli, e moduli.

In fondo, se ci si pensa bene, quello che stiamo vivendo oggi in era COVID-19 non è qualcosa di così inimmaginabile. Inimmaginabile era il viverlo, viverlo in prima persona.

Malattie epidemiche importanti avevano già fatto la loro comparsa anche negli anni che precedono questo. Spesso sentiamo riparlare in questi giorni di Ebola, ad esempio. Così come spesso in questi giorni si sente sottolineare il nesso – intimo anch’esso – tra spill over e rottura del legame tra umani e natura.

Due (non gli unici) fatti che sono ben collegati tra di loro per ragioni svariate. Una di queste risiede certo nella beata incoscienza all’interno della quale ci siamo blanditi noi europei, noi occidentali. E che ci affermava noi, abitatori di un mondo altro, di contro a loro, abitanti di un altro mondo. Noi, coloro che hanno bandito la guerra dai propri territori. Loro, gli altri. Ma davvero “è possibile vivere una vita buona in una vita cattiva?” c’era chi come Judith Butler (si) chiedeva.

Non avrebbe dovuto, questo, come altro, essere di monito per la nostra (di noi) salvaguardia, la tutela? E dunque per la predisposizione di misure capaci quantomeno di contrastare possibili fatti catastrofici? Penso alle mascherine. Introvabili sul mercato. Servono o no? Lo Stato che ci ha detto non servivano che ai portatori di virus, oggi ci fa sapere che forse portatori lo siamo un po’ tutti/tutte. Servono dunque a tutte/tutti. Al di là di età, sesso. O no?

Piombati senza protezione in questa catastrofe, come agire adesso? Chi ci governa dovrà cercare risposte globalizzate a una questione globale, e queste non potranno essere di nuovo individuate nella strategia del confinamento, oggi obbligata, visto che non si hanno altri mezzi. Una strategia che viene da insegnamenti lontani, una strategia dei poveri, adatta ad un mondo più stretto, o se si preferisce meno “allargatosi”, che ancora non aveva “inondato” tutto il pianeta. Se si continuerà ad adottarla poveri si diventerà in molti. Altri mezzi, e non penso al solo vaccino, dovranno essere meditati. E dovranno esserlo in comune. Isolati nelle nostre abitazioni, comunque sia “chiusi”, nelle nostre Città e luoghi, nei nostri Paesi… Solo uscendo da questo spazio fisico e mentale potremmo riuscire (uscire di nuovo).

E quando saremo usciti non saremo fuori pericolo. Già gli infettivologi parlano di tempi lunghi, a singhiozzo, necessari per dirsi usciti dall’epidemia. Ma la porta aperta non si richiuderà. Ritrovarsi in una situazione analoga a quella che stiamo sperimentando è ipotesi terrificante.

Abbiamo vissuto con l’idea di vivere un mondo “altro”, un mondo che ci teneva al riparo da tutto, anche da noi. Oggi questo è un fatto messo in discussione, meglio: non è più vero. Il mondo è penetrato nel nostro riparo, noi abbiamo perso la nostra identità costitutiva, siamo in pericolo di naufragio (già, di naufragio…). Riscopriamo così le nostre fragilità. Le vulnerabilità. Ci eravamo abituati a guardare ai mali del mondo “l’altro” da lontano. Oggi questi mali sono penetrati nel mondo “altro” che è il nostro.

Il mondo ha bisogno di cura. E noi con il mondo.

Cosa potremmo fare, come faremo noi per curare il mondo?

Siamo in un momento di fragilità. Lo siamo singolarmente, ciascuna, ciascuno. Dobbiamo prenderci cura di noi stesse. Accudirsi. Ecco un buon punto di partenza già individuato nel tempo del prima, e che oggi il COVID-19 (ri)consegna operativamente nelle nostre mani irruvidite da alcool e detergenti. La fragilità, il suo valore. Forse qui si può trovare uno dei punti di ri/partenza. Forse è adesso più possibile operativamente tradurre in pratica politica l’esperienza della cura, il suo sapere. Perché se c’è qualcosa di cui abbiamo più che mai bisogno è rimettere al centro delle nostre vite le relazioni. Accudirle. Come? Come farlo?

Cosa può avere di rivoluzionario la cura?”, chiedeva Antonella Petricone quando ci accompagnava col proprio sguardo nella lettura del capitolo Cura del vivere, politica della cura del libro di Maria Luisa Boccia che stiamo leggendo insieme, Le parole e i corpi. Scritti femministi.

Intanto il fatto di domandarselo operativamente.

Torno a quella citazione che a molte di noi è cara. Ad una ad una. Sì, ad una ad una, ma insieme. Con la valigia in mano. Guardandoci come occasione reciproca che ci faccia realmente insostituibili, capaci di apprendere e attivare saperi, i propri, quelli altrui. Attivatrici di esperienze e di alleanze non complici. Ecco, questo mi piacerebbe fare. E questo davvero non è possibile che farlo insieme.

A partire da sé.

Qui il PDF

Un commento a “Siamo in guerra. Al tempo del COVID-19”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *