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Non mi invento alibi e confesso subito: c’ero. Più o meno ci sono sempre stato. E c’ero anche quella volta che un signore (un po’ meno di mezza età), seduto una decina di fila sotto il mio posto, si è alzato e ha lanciato la confezione monodose del caffè Borghetti in campo, provando a colpire un guardalinee. La mini confezione di plastica non è arrivata neanche alla pista di atletica che circonda il rettangolo di gioco, ma non ho fatto nulla. E sono colpevole: un po’ anche perché ero convinto – sbagliando, non c’è bisogno di sottolinearlo – che il guardalinee in fondo lo meritasse, ma soprattutto per l’omessa denuncia.

Ma perché autodenunciarsi proprio ora? Lo faccio perché una straordinaria inchiesta di irpimedia – fatta in collaborazione col Bertha Challenge, un istituto che finanzia il giornalismo di inchiesta – ha svelato che in assenza di qualsiasi norma e in violazione di leggi europee, per quattro anni, dal 2021 al 2025, all’Olimpico di Roma è stato in funzione un sistema di riconoscimento facciale. Che ignorava qualsiasi limite. Tanto da rendere impossibile che qualcuno fra quei tre milioni di persone e di tifosi – me compreso – possa esserle sfuggite.

Parliamo di un sistema che scattava sette fotografie, da diverse angolazioni, di ogni spettatore. In un millesimo di secondo. Immagini immediatamente collegate col nome e cognome stampato sui biglietti o sugli abbonamenti, vidimati ai tornelli di ingresso. Fotografie conservate – nella più benevola delle ricostruzioni, quella ufficiale – per una settimana, nel caso fosse stato commesso un reato all’interno dello stadio. La verità è che nessuno sa davvero che fine abbiano fatto le immagini.

Ora comunque quel sistema non è più in funzione. È dovuto intervenire, un po’ di mesi fa, ma lo si è saputo solo ora, il Garante della privacy, che ha chiesto e ottenuto l’“immediata ed urgentissima” sospensione della tecnologia. Quelle telecamere non potevano essere state attivate “in mancanza di una base giuridica”. Non esisteva una legge che ne consentisse, che ne regolasse l’uso.

Non esisteva ma forse esisterà. Perché l’esecutivo Meloni ha pronto un decreto che dovrebbe fornire regole al settore. Sui contenuti si sa ancora poco anche se – dicono i media – non manca molto alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. E tutto fa capire che aprirà ancora di più la porta a una sorveglianza massiccia. Esattamente come è avvenuto nel provvedimento che autorizza la polizia all’uso dell’intelligenza artificiale, dove la tutela delle persone si limita a qualche riferimento retorico ai diritti, scritto solo per tacitare le obiezioni europee.

Sorveglianza, sorveglianza futura, dunque. Che comunque è stata già ampiamente testata. E purtroppo sempre all’Olimpico di Roma. Esattamente dieci anni fa, l’allora ministro Angelino Alfano annunciò che con l’inizio del campionato 16/17, da un Roma-Udinese, l’Olimpico sarebbe stato dotato di un sistema di video sorveglianza che avrebbe permesso di dare immediatamente un nome a chi si fosse reso responsabile di atti di violenza. La tecnologia la forniva una società che si chiama Sind. Oggi ha cambiato composizione societaria ma all’epoca era diretta e guidata da Enrico Fincati e Nicola Franzoso. Due nomi conosciuti dalle cronache perché indagati – solo indagati – per aver venduto software a Palazzo Chigi a prezzi iper maggiorati.

C’è da ricordare comunque che anche in quegli anni, prima di rendere operativa un sistema tecnologico del genere, si sarebbe dovuto attendere il parere del Garante della privacy. Che, invece – sempre interpellato da irpimedia – ha detto di “non essersi mai occupato della vicenda dell’Olimpico”.

E siamo così agli anni più recenti. Senza che nessuno ne sapesse nulla, allo stadio della capitale viene messo in funzione il sistema di sorveglianza. Si chiama Reco 3.26. Lo compra la società pubblica Sport&Salute, controllata al cento per cento dai ministeri delle Finanze e della Salute, che per misteriosi motivi gestisce sia l’Olimpico che l’adiacente Foro Italico. L’acquisto avviene in affidamento diretto, senza gara di appalto. E a chi timidamente aveva mosso qualche obiezione è stato risposto che Reco era l’unica in grado di offrire il servizio richiesto.

Già, ma quale servizio? Prima di rispondere, va ricordato che Reco sviluppa anche Sari Enterprise, che è l’unico (unico? unico conosciuto, diciamo) strumento di riconoscimento facciale legale a disposizione della polizia. L’ambaradam funziona così: in situazioni dove si ritiene possa esserci “un rischio”, si prendono le immagini. Che poi, in un secondo momento, vengono confrontate col database della polizia, l’Afis. Che però dovrebbe contenere esclusivamente foto segnaletiche e impronte digitali di persone già segnalate dalle forze dell’ordine. Anche qui, però, tanta, tanta opacità. Proprio in questi giorni, Strali e PrivacyNetwork hanno presentato un lungo dossier su come lavora il software e il data base della polizia. Dossier che è costato tantissimo lavoro e fatica, perché alle richieste di rendere pubblici numeri, statistiche, documenti (richieste che sono legittime in base alle leggi che regolano anche qui da noi i FOIA, i Freedom Of Information Act) le autorità hanno risposto evasivamente o si sono “trincerate” dietro segreti non rivelabili. Comunque, in ogni caso alla fine alcune cose si è riusciti a saperle. Alcuni numeri, per esempio. Numeri singolari per non dire allarmanti: poco tempo fa, nel database Sari c’erano tre milioni e duecentomila foto di italiani, un milione e seicento mila persona europee e tredici milioni e mezzo di immagini di cittadini extra-europei. Tredici milioni. Sei volte più degli abitanti dell’Albania.

Tanta opacità, si diceva ma (ancora per quanto tempo?) comunque dentro le norme. Vecchie, antiquate, ambigue ma “dentro”. In quei quattro anni dell’uso di Reco all’Olimpico invece le cose sembrano essere andate proprio in altro modo. In un documento – anche questo svelato da irpimedia – si parla espressamente di una tecnologia capace di lavorare in “real time”. Capace cioè di analizzare i volti nello stesso momento in cui passano davanti alle telecamere. Al garante, durante una delle ultime ispezioni, i funzionari di Sport&Salute hanno detto che non c’era da preoccuparsi, era solo “un modo di dire” e che il sistema non ha mai funzionato in “real time”.

Ma c’è di più, di più sospetto. Non si quando e se siano stati creati – e conservati – i dati biometrici. Quegli elementi che consentono di creare un profilo mettendo insieme la distanza degli occhi, più l’iride, la retina, l’impronta della mano e tanti altri elementi. Oggi poi, con i sistemi attuali, anche il timbro, la tonalità di voce, l’andatura, le espressioni del volto. Dati che identificano per sempre una persona. Per sempre. Dati la cui raccolta e conservazione è vietata, vietatissima. Anche dal pur “pallido” AI Act, che regola l’uso dell’intelligenza artificiale in Europa. La normativa del vecchio continente, insomma (anche se prevede tante, troppe deroghe) consentirebbe l’utilizzo dei software e degli algoritmi in grado di risalire all’identità di una persona solo “a posteriori”. E solo su ricerche mirate. Invece la Reo, all’Olimpico per quattro anni quei dati li ha “rubati” in barba alle leggi, li ha conservati per una settimana. In attesa di qualche improbabile denuncia. Meglio: li hanno conservati almeno per una settimana. Se siano stati cancellati o meno, lo accerteranno le indagini.

Comunque, se non altro, in queste settimane, dopo l’inchiesta e l’intervento del Garante, in attesa di nuove norme, allo stadio si potrà andare tranquilli di non essere ripresi, per l’ennesima volta. Già, ma nelle strade attorno agli stadi, nelle piazze, quelle che ospitano i cortei, le manifestazioni? La notizia – anche questa passata drammaticamente sotto silenzio – è di pochissimi giorni fa. Il Viminale sul suo sito ufficiale ha annunciato di aver destinato un bel po’ di euro a nuovi progetti di video sorveglianza nelle città. Il Ministero dell’Interno chiede ai Comuni sparsi per l’Italia di sbrigarsi a presentare proposte alle prefetture. Ne sono già arrivate più di trenta. Non una riga su che tecnologia sarà utilizzata, con quali limiti, per quali scopi. Solo poche righe.

Nello spiegare a cosa serviranno le nuove telecamere ai “varchi urbani” – che nessuno sa esattamente cosa siano – il Ministero scrive che serviranno “ad aumentare la percezione di sicurezza dei cittadini”.

Percezioni – perché no? – che poi potranno essere trasformate in dati e magari conservati in un nuovo database. Magari per controllare gli umori delle città.

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