Articolo pubblicato su “il manifesto” del 20.09.2026.
La narrazione dominante è quella di un Campo Largo solcato dalle rivalità tra i leader e dalle diverse visioni su alcune questioni centrali. Questa rappresentazione è molto forzata, ma a dire il vero gli stessi protagonisti non fanno molto per sottrarvisi: anzi, come mostra il recente episodio della lettera (inopportuna, a nostro avviso) di Elly Schlein sulla questione dell’energia, ogni occasione sembra propizia per accentuare il gioco delle distinzioni. Tuttavia, bisogna guardare oltre le piccole polemiche e puntare alla sostanza. E qui, la domanda è: se ripensiamo al momento in cui due o tre anni fa, anche su queste pagine, si cominciò a parlare delle prospettive strategiche per battere la destra, ed evitare il ripetersi del suicidio politico del 2022, quale bilancio si può trarre oggi?
Credo si possa tentare una valutazione più obiettiva e giungere a conclusioni meno pessimiste. Intanto, nessuno mette più in discussione la necessità di una coalizione molto ampia, senza esclusioni pregiudiziali: tutti quelli che dovevano esserci ci sono, sanno bene che fuori di essa non hanno futuro, nuove forze sono disponibili a farne parte. In secondo luogo, un programma comune si sta rivelando possibile su molti argomenti: certo, su alcuni terreni importanti rimangono delle differenze, su cui sarà necessario un lavoro paziente di mediazione, ma è comune anche la consapevolezza che il prevedibile perdurare di tali differenze (inevitabili, in una certa misura, data anche l’ampiezza della coalizione), non solo non debba tradursi in una rottura, ma anzi, a certe condizioni, possa comportare un vantaggio competitivo, consentendo alla coalizione stessa di allargare il proprio potenziale campo di interlocutori. Questi sono punti oramai acquisiti, e la destra se ne è ben accorta: l’ignobile riforma elettorale, voluta da Meloni, nasce da questo reale timore, ossia che, stavolta, dall’altro fronte, non arriveranno graziosi regali su un piatto d’argento.
Naturalmente, l’attenzione è ora concentrata sulla mediazione intorno ai punti su cui vi sono rilevanti differenze, in primo luogo l’invio di armi a Kiev. Elly Schlein, a Reggio Emilia alcuni giorni fa, ha tenuto un discorso di oltre due ore: chi lo ha seguito attendeva con una certa impazienza il momento in cui la segretaria avrebbe toccato il tema Ucraina, e non poteva non farlo, avendo dato un taglio enciclopedico al suo intervento, entrando in dettagli persino eccessivi su tutti i punti programmatici. Alla fine, sull’Ucraina ha detto però solo poche parole, che certo avranno lasciato insoddisfatti molti, in un senso o nell’altro, ovvero che continuerà il “nostro sostegno”, non specificando in che forme e in che modi.
Reticenza, imbarazzo? Forse. Ma forse anche qualcos’altro. Da un lato, un’obiettiva, netta divisione nell’elettorato del PD: un recente sondaggio Ixè ha mostrato come non vi sia un’opzione prevalente tra le quattro possibili (continuare ad inviare armi: 24%; sostegno ma senza armi: 28%; negoziato con concessioni territoriali alla Russia: 35%; disimpegno totale: 12%). Dall’altro lato, nelle parche parole di Schlein, si può cogliere un’opportuna prudenza tattica: siamo nella fase preliminare di una trattativa, e le stesse mosse di Conte si spiegano in questa logica negoziale. Vedremo, ma intanto vogliamo sperare che chi di dovere sia già al lavoro per valutare le possibili soluzioni, (che ci sono, di cui si legge qua e là, ma che devono essere affinate e presentate al momento opportuno).
Comunque, va anche detto, su alcuni punti importanti di politica estera si configura un accordo di fondo: sul Medio Oriente; sul no al 5% di spese militari chiesto dalla NATO; sul rifiuto di una logica di riarmo su basi nazionali; sulla necessità di un sistema integrato di difesa europeo.
Aggiungiamo un elemento. Abbiamo detto del puntiglio con cui Elly Schlein ha illustrato tutti i punti del programma. Finora era mancata era una visione strategica che tenesse insieme tutte le varie questioni. Ora va detto che qualche passo avanti significativo, in questa direzione, c’è stato. A partire dal riconoscimento della passata subalternità al “neoliberalismo” (citato come tale, senza troppi giri di parole), e nell’assunzione di alcuni paradigmi di ordine più generale, che possano dare un senso unitario alle singole proposte; nelle politiche del lavoro; nel richiamo al principio costituzionale della progressività fiscale; nella difesa dell’universalismo per i beni pubblici e i servizi collettivi; nella dura polemica contro la retorica della destra sulla famiglia e l’accento su tutte le politiche (abitative, sociali e del lavoro) che possano davvero sostenerla (un tema “trasversale”, socialmente e culturalmente, su cui punterei molto, e che evoca il principio dell’affordability, su cui il nuovo sindaco di New York ha costruito la sua affermazione).
Peccato che, di tutto questo, e di molto altro, non sia passato quasi nulla nei media. Ma proprio questo serva da insegnamento: il futuro programma preveda una prima parte di poche pagine, di princìpi e obiettivi, e poi eventualmente una corposa appendice piena di dettagli. Le elezioni si vincono su un messaggio netto, trasmettendo fiducia e credibilità. E quella speranza nel cambiamento che oggi appare ancora molto offuscata.
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