Tra il 2000 e il 2001 ero a Heidelberg per fare il fantomatico Erasmus. Il clima era frizzante, il movimento no-global montante: il lungomare di Genova da lì a poco; per ora vicinanza, geografica e non solo, con Münster e Francoforte. In questa città mi recai, infatti, l’ultimo giorno della Buchmesse, un incubo come tutte le ferie librarie, grazie a una dritta per cui, quel giorno, gli editori erano propensi, pur di tornare vuoti a casa, a regalare cose. Feci incetta di carta: libri da leggere e manifesti da attaccare nella mia decorosa stanza dello studentato (non era ancora una parolaccia) crucco. Fra i libri, “Nemici dello stato: criminali, mostri e leggi speciali nella società di controllo” firmato dal mitico Luther Blissett e pubblicato da DeriveApprodi. Quel libro era un saggio che costituiva un binomio imprescindibile con il romanzo Q per chiunque si affacciasse al nuovo millennio con del sano e dissidente millenarismo. Quel romanzo raccontava di un giovane anabattista su e giù per le ribellioni del Cinquecento europeo, fra la rivolta di Münster, appunto, e la Pace di Augusta.
Girovagando per una città bella ma troppo piccola, mi imbattei in un tipico blatt giallognolo che annunciava un corso di Leonardo Boff, protagonista della Teologia della Liberazione e visiting professor in quel periodo nella celebre Università Karl Ruprecht. La vicenda di Boff mi era nota, oltre all’educazione familiare, grazie anche a quel Nemici di Blisset dove era ricostruito il processo che subì Boff a Roma per opera del Vaticano, nel 1984. Mi trovavo così in un frullatore politico-esistenziale: la presenza dei contadini della Svevia (per vero, una vicina dello studentato particolarmente piacevole) e la lettura “Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero e verso Genova”; le lezioni di teologia di Boff e quelle di tedesco alla Max Weber Haus. Come ne sono uscito? Una serata rocambolesca e fallimentare con la vicina; la scrittura di una mail a Luther Blisset (a quel punto già Wu Ming) con cui diventai così amico/sodale; un’intervista a Leonardo Boff mai pubblicata e che ora pubblichiamo.
Perché? A inizio maggio, è stato presentato il bel libro di Andrea Vannoni, “Teologia della Liberazione. L’esperienza concreta della fede nella lotta degli oppressi” (Fefè editore). Un libro, come l’intervista, volutamente fuori tempo. Il libro, infatti, è la tesi di laurea di Vannoni uscita a quarant’anni dalla sua scrittura. L’intervista ha più di vent’anni; eppure, tutto regge alla prova del tempo. Nel mentre, infatti, la Chiesa è avanzata molto dal secondo (per usare un’espressione di Nemici dove la parabola è ben descritta) periodo del papato di Wojtyla in qua. L’opzione per i poveri sembrerebbe un dato acquisito e la visita di Papa Leone a La Sapienza ne è stato un esempio recente e concreto.
Iniziamo con una domanda di fantapolitica: se un teologo della liberazione diventasse Papa, come cambierebbe la Chiesa?
Io penso positivamente al fatto che il potere possa essere centralizzato nella figura del Papa. Il Papa potrebbe fare un cambiamento notevole della Chiesa senza passare per la Curia romana, che è sempre stata molto potente. Io penso che un papa della liberazione, venuto da Africa, Asia, America Latina o anche dall’Europa, debba riconoscere la centralità del Vangelo e, nel Vangelo, la causa dei poveri; perché a partire dai poveri si capisce il Vangelo come liberazione. Senza la realtà dei poveri il Vangelo non mostra la sua dimensione liberatrice e la Chiesa, a partire dai poveri, deve essere aperta a tutte le persone nel senso del difendere, riconoscere, promuovere questo fuoco interiore che è la sete di trascendenza; la sete di senso che per me è la presenza di Dio nell’umanità e nel cuore degli uomini. La Chiesa, insieme agli altri cammini spirituali, deve appoggiare, difendere, promuovere questo fuoco interiore, perché a partire da questo fuoco interiore nasce la solidarietà, nasce il rispetto verso le persone, la venerazione delle cose sacre e anche la scoperta che l’universo, la terra, la natura sono dei sacramenti di Dio. Questo rapporto di trascendenza nasce perché l’uomo non ha solo fame di pane, ha fame anche di spiritualità, ha fame di Dio. Ritengo, inoltre, che in funzione di tutto questo la Chiesa, il Papa debba scegliere i segni, i simboli, le forme concrete che siano adeguate, connaturali con questo messaggio spirituale; questo vuol dire rinunciare al Vaticano. Il Vaticano integrarlo all’UNESCO come una grande espressione della cultura cristiana e cattolica nel mondo. Perciò propongo un Papa che sia pellegrino, che viaggi nel mondo, rinforzando la fede, visitando fratelli e sorelle, e che non abbia una sede burocratica a Roma, ma nei grandi continenti insieme alle conferenze locali, dove animare la fede. Auspico, infine, che questo Papa debba assumere la funzione storica e politica, che è inerente alla fede cristiana, di dire che il mondo e l’umanità non vanno incontro a una catastrofe, a una fine triste, ma invece vanno incontro a una grande trasfigurazione. La grande parola di speranza che Dio ci ha detto e lasciato è la vita, è la resurrezione: bisogna vivere con leggerezza, con gioia questo mondo, non come una valle di lacrime, ma come figli della gioia, del Dio che ci ha mostrato il monte delle beatitudini. Io penso che questo messaggio, che è specificatamente cristiano, debba essere annunciato in tutte le parti e va incontro al desiderio più fondamentale dell’essere umano, che è vivere, vivere in abbondanza, vivere nella forma trasfigurata.
La globalizzazione è l’occidentalizzazione del mondo. Per essere più globali della globalizzazione, la Chiesa deve divenire la sfera di raggio infinito, il cui centro è nel grido di ogni povero?
I poveri costituiscono la maggior parte dell’umanità. In questo senso hanno una centralità che deve essere riconosciuta. I poveri gridano perché vogliono vivere, vogliono comunicare e, se le chiese non ascoltano il grido dei poveri, non hanno niente da dire a Dio e nel nome di Dio. Per questo è fondamentale per la città della Chiesa, che la Chiesa ascolti i poveri. D’altra parte, i poveri giudicano, sono l’elemento critico della globalizzazione, perché se la grande parte dell’umanità è fuori dal sistema questo vuol dire che il sistema non è buono per l’umanità, perché produce esclusione. Questo vuol dire che i poveri sono profeti di un altro cammino, di un’alternativa nella quale tutti possano essere dentro, non solo i ricchi e i potenti. Io penso che i poveri siano portatori di una nuova speranza, di alternative concrete per l’umanità; anche di una nuova esperienza di Dio che vuole essere sperimentato nella fase nuova dell’umanità. Perché adesso siamo tutti insieme come specie, specie umana insieme alle altre specie in una casa comune che è il pianeta terra e scoprire che siamo la famiglia umana; questa famiglia umana per la fede, per il contatto con Dio, si trasforma in famiglia divina e che Dio abita tra noi come famiglia – Padre, Figlio, Spirito santo – e che i poveri, esattamente, aprono la possibilità di questa comprensione più universale, che offrono la possibilità alla Chiesa di diventare veramente cattolica nel senso che sia la Chiesa per tutti, aperta a tutte le forme dell’espressione umana.
Un ricco occidentale che può fare per i poveri?
La prima cosa che uno può fare in ogni momento è sentirsi aperti e uniti a questi poveri del mondo. Perché per tanti questi poveri non esistono, sono fuori. Uno deve dire: “Hanno un posto nel mio cuore, nella mia preoccupazione, nella mia visione del mondo” e aiutare politicamente a formare una coscienza alternativa e critica al sistema, controcorrente. Da qui rappresentare la causa dei poveri del mondo dentro il mondo ricco. Rappresentarla politicamente nel senso di dire quali siano le forze politiche presenti in Italia che aiutano cambiamenti fondamentali per i poveri: aderire a questa opzione. Saper votare i candidati che si presentano. E partecipare non solo individualmente, ma anche partecipare a gruppi che portano avanti la solidarietà, la questione dell’ecologia, la questione del terzo mondo, della giustizia mondiale, della critica al modello economico capitalistico, del mercato. Insieme a un cambiamento di mente, a una riconversione dell’interpretazione del mondo a partire dai poveri. Deve sostenere gruppi che appoggiano progetti concreti nel terzo mondo per fare un altro turismo. Invece di visitare Rio de Janeiro e Copacabana, visitare i progetti, le chiese tra i poveri delle favelas, le comunità di base. Fare uno scambio di speranza, di lotta, di gioia. Questo si può fare oggi: io chiamerei questo la diplomazia popolare. Ognuno deve sentirsi un diplomatico rappresentante la famiglia umana e visitare gli altri che appartengono alla famiglia umana.
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