Il Manifesto di Palantir

Uscito nel febbraio del 2025, The Tecnological Republic, libro scritto a quattro mani dal CEO di Palantir Alexander Karp con Nicholas Zamiska, già descriveva minuziosamente il Palantir-pensiero nei confronti del ruolo della tecnologia e dell’occidente. The New Yorker recensiva il libro come un mix di aneddoti aziendali, lamenti e sermoni, tutti ruotanti attorno al concetto di una Silicon Valley che ha deluso la nazione abbandonando il suo dovere di sostegno della sicurezza nazionale. La rivista già allora rendeva criticamente e bene esplicitava l’auspicio contenuto nel libro di una alleanza tra Governo e aziende tecnologie in stile “Guerra Fredda”, allo scopo di promuovere il pieno sviluppo dell’intelligenza artificiale, in competizione con la Cina, al fine di garantire il perpetuarsi del dominio occidentale.  

Forse non appagato dalle diverse recensioni del suo libro, peraltro in gran parte positive dal punto di vista dell’establishment editoriale, nell’aprile 2026, Alex Karp le ha esplicitate in una sua sintesi veritiera in 22 punti, di fatto il manifesto di Palantir. Nel manifesto le sfumature filosofiche passano decisamente in secondo piano, con la sua tesi radicale resa ben esplicita: l’élite ingegneristica della Silicon Valley ha “l’obbligo di partecipare alla difesa della nazione”. È una chiamata alle armi, ma anche una dichiarazione di auto-investitura. La democrazia rappresentativa, con i suoi “pluralismi vuoti” e i suoi “freni”, è un ostacolo da superare, così come è profondamente sbagliato porre tutte le culture sullo stesso piano, perché alcune culture hanno prodotto valori, mentre altre non hanno prodotto cose all’altezza dei tempi e sono regressive. Una gerarchia implicita tra civiltà, di riaffermazione del dominio bianco e occidentale, che facilmente prepara il terreno all’eugenetica culturale e tecnologica. Solo una repubblica tecnocratica, guidata da chi possiede la competenza tecnica, può garantire il futuro dell’Occidente.

Il complesso militare-digitale

A differenza di quanto accadde per il libro, la pubblicazione del manifesto ha finalmente fatto esplodere le polemiche per la visione suprematista e l’incitamento alla difesa armata di massa dell’Occidente, da porre in atto tramite un massiccio sviluppo della intelligenza artificiale (IA), fino allo sviluppo di armi autonome guidate dalla IA, i killer robot. I commenti ora esplicitano il termine tecnofascismo, con proteste esplicite provenienti anche dall’interno di Palantir. Sebbene Karp critichi fortemente gli sviluppi che le tecnologie digitali hanno avuto nelle applicazioni di massa, la chiamata alle armi del manifesto non nasce nel vuoto, perché sono lunghi anni che le tecnooligarchie alla guida delle aziende tecnologiche collaborano attivamente con il Pentagono e l’intelligence americana. Il ruolo delle Big Tech nella azione securitaria e di sorveglianza di massa, assunto pesantemente a partire dall’attentato dell’11 settembre 2001, è oggi cosa nota. Tutto questo evidentemente per Karp non è sufficiente. Nel 2024, Palantir e Anduril hanno formato un consorzio (cui hanno aderito SpaceX e OpenAI) per rivoluzionare il mercato della difesa americano, del valore di 850 miliardi di dollari. Il Pentagono ha inoltre adottato il sistema di IA Maven di Palantir, un sistema che fonde dati di droni e satelliti per l’identificazione di bersagli e supporto decisionale. Parallelamente, l’Esercito americano ha assegnato a Palantir un accordo decennale del valore di 10 miliardi di dollari per unificare i propri sistemi software. La difesa dell’Occidente, per Palantir, passa attraverso l’ICE e le deportazioni di massa. E le elaborazioni della IA non sarebbero possibili senza i data center di Google, Amazon o Microsoft. I contratti miliardari, la condivisione di dati, lo sviluppo congiunto di armi autonome e sistemi di sorveglianza predittiva hanno già oggi creato e reso operativo un complesso militare-digitale che non ha precedenti.

Dario Guarascio, nel suo Imperialismo digitale, mostra come in Occidente questa simbiosi sia la radice concreta dell’enorme potere concentrato nelle mani di poche aziende. Le aziende tecnologiche non sono più di semplici fornitori di servizi, ma attori in grado di co-determinare le strategie di sicurezza nazionale. Il confine tra pubblico e privato è stato deliberatamente cancellato.

Eugenetica, transumanesimo e superomismo

Tuttavia il manifesto di Palantir non cade in un vuoto ideologico. Esso è la declinazione di Karp di una filosofia di fondo che permea fortemente l’intero mondo tecnologico, ben identificabile nel movimento TESCREAL, acronimo che sta per Transumanesimo, Estropianesimo, Singolaritanismo, Cosmismo, Razionalismo, Altruismo Efficace e Lungoterminismo. Come hanno documentato Timnit Gebru ed Émile Torres, questo insieme di idee fornisce la legittimazione filosofica per una nuova eugenetica, aggiornata al linguaggio della computazione e della sintesi biologica.

Nick Bostrom, transumanista da Oxford, teorizza il potenziamento umano attraverso la tecnologia, in un ordine mondiale in cui una singola agenzia decisionale, tecnocratica, governa l’universo. William MacAskill, anche lui da Oxford, con l’altruismo efficace sostiene che “more is better”. Nel suo libro What we owe the future sostiene che l’obiettivo dell’umanità è colonizzare l’universo e riempirlo di migliaia di miliardi di esseri umani, anche sotto forma di coscienze potenziate viventi nei computer, e che è a questo fine ultimo che vanno dedicati gli sforzi, perché le migliaia di miliardi di vite future vanno salvaguardate con maggiore tenacia, anche rispetto al rischio centinaia di milioni di vite reali oggi in difficoltà. Elon Musk propone Neuralink come soluzione per “non essere lasciati indietro”. Peter Thiel evoca la figura dell’Anticristo, un “luddista che vuole fermare tutta la scienza”, come Greta Thumberg per le sue azioni sul clima, a suo dire. Nel frattempo Thiel, insieme a Bezos e Zuckenberg, ma non solo, finanzia startup che hanno per obiettivo il superamento della morte umana, cosa evidentemente non per tutti, dati i costi e il pensiero di fondo da loro esplicitato. E per la corsa alla conquista dell’universo ci pensano Musk e Bezos, con le loro SpaceX e Blue Origin. Ed a proposito di manifesti, infine, va senz’altro citato il Manifesto del tecno-ottimismo di Mark Andressen, ispirato dal futurismo d’epoca fascista con tanto di ode a Marinetti.

Si delinea così un programma para-nazista e ipercapitalista insieme: para-nazista perché ripropone l’idea di un superclasse destinata a governare e a selezionare il futuro della specie; ipercapitalista perché questo dominio si esercita attraverso il mercato, gli algoritmi e l’accumulazione privata delle risorse cognitive e biologiche. La differenza dai nazismi del Novecento è nei metodi, ma la pulsione di fondo – la gerarchia delle vite umane e il pieno diritto di una élite di decidere il futuro – è la stessa.

Una evoluzione della specie?

Il vecchio complesso militare-industriale (fatto di aziende “dure” come Lockheed Martin, Boeing, Raytheon) era caratterizzato da un equilibrio per lo più asimmetrico ma tuttavia stabile: sebbene sottoposto a continui stress, lo Stato restava il committente e l’arbitro finale. I meccanismi di controllo, seppure spesso insufficienti, comunque erano presenti e attivi, e quantomeno se ne propugnava la necessità. L’industria cercava profitto e influenza, tentava di piegare lo Stato, ma ancora non ambiva a sostituirlo.

Oggi ci troviamo di fronte a qualcosa di radicalmente diverso. Le tecno-oligarchie hanno bisogno di profitto, specie nella attuale esposizione finanziaria provocata dalla intelligenza artificiale generativa, ma il bisogno non è sufficiente per chiudere il cerchio, non appare essere il fine ultimo. Per imporre la filosofia suprematista del TESCREAL è necessario poter decidere, ed è il potere che viene visto come fine ultimo. Un potere che sia in grado di ridefinire le regole della vita, della morte, del futuro dell’umanità. In questa ottica il complesso militare-digitale appare essere quindi un mezzo transiente, un cavallo di Troia per acquisire la forza sufficiente a rendere lo Stato superfluo. La traiettoria in corso appare delineare un percorso che non vede l’integrazione con il potere statale, peraltro per alcuni aspetti già raggiunta, ma l’emancipazione dallo Stato, in piena coerenza con una visione libertaria totalmente declinata a destra.

Sebbene con qualche contraddizione e strappo qua e là, le tecno-oligarchie non stanno in un rapporto dialettico con il Governo: lo stanno utilizzando come incubatore, per poi abbandonarlo e passare oltre. E le modalità della amministrazione Trump offrono un’occasione perfetta: la deregolamentazione, la nomina di fedelissimi del settore tech nei ruoli chiave, la riduzione della capacità di controllo statale, lo svuotamento delle agenzie di controllo. Non si tratta di una “cattura” occasionale, ma di un processo strutturale in cui lo Stato viene progressivamente colonizzato dall’interno, fino a diventare un guscio vuoto.

L’Europa?

L’Europa si trova di fronte a una sfida epocale. Le ricette tradizionali – norme, regolamenti, codici etici, commissioni parlamentari – sono per lo più insufficienti quando non efficaci, perché applicate a soggetti che hanno già superato di molto la fase in cui tali strumenti potevano funzionare. Per una reazione adeguata vanno promosse azioni reali (e non verbali) di costruzione della propria sovranità tecnologica, disaccoppiandosi dal complesso militare-digitale statunitense, con azioni di efficaci e con lo sguardo rivolto al mondo, rompendo il blocco di un Occidente che si identifica con gli Stati Uniti e che non vuole accettare l’esistenza di altre centralità globali.

Sul piano della sovranità tecnologica rompere lo schema vuoto e ripetitivo di programmi di facciata promossi con un sorriso, questo si, che appare generato dall’intelligenza artificiale, avviando un programma di investimenti decennale per costruire un’alternativa europea credibile in tutti i segmenti critici: semiconduttori, cloud sovrano, IA trasparente, tecnologie di connessione, software e infrastrutture di dati autonome e pubbliche. Non “competere” con le Big Tech, ma creare uno spazio digitale non soggetto al loro controllo, sul modello Eurostack. Senza infrastrutture proprie, ogni regola è carta straccia.

Vanno identificati e rotti tutti i segmenti del complesso militare-digitale in cui la dipendenza dalle tecnologie statunitensi impedisce una visione autonoma continentale, avviando un programma di sostituzione strategica. Infine deve esser costruita una clausola di cessazione nei contratti con aziende che perseguono o supportano nei fatti le ideologie TESCREAL e suprematiste, dichiarandole incompatibili con i valori democratici europei.

L’attenzione alla regolazione, fino ad oggi declinata su un piano meramente tecnico, facilmente aggirabile dalle Big Tech mediante “paper compliance”, deve esser integrata costruendo una cornice giuridica che definisca in cosa consiste il superamento dei limiti umani (potenziamento cognitivo, interfacce neurali, selezione genetica potenziata) e stabilisca frontiere invalicabili, Questo non perché “non sia etico”, ma perché il superamento di queste barriere, specie se in mano a privati, creerebbe una condizione di disuguaglianza estrema, incompatibile con la democrazia. In altre parole: vietare le ibridizzazioni uomo-macchina (anche valutando selettivamente di caso in caso) non per paura ma per la loro spinta verso il progetto superomista e transumanista.

In questo percorso l’Europa non può essere una solitaria isola felice in contrapposizione con gli USA. Esiste un mondo intero che non accetta la visione tecnofascista che oggi prende piede negli Stati Uniti. Un mondo fatto di Stati come di movimenti di opinione, che riconosce il pericolo di una superclasse tecnocratica transnazionale. Questo significa sostenere i movimenti per la trasparenza algoritmica, i data trust e l’espiantabilità dei dati, le indagini antitrust radicali, le iniziative di public computing. Significa anche ripensare la NATO: l’alleanza atlantica è anche un veicolo per l’integrazione del complesso militare-digitale. Se questo processo continua, l’Europa potrebbe dover scegliere tra la sicurezza militare (fornita dalle Big Tech americane) e la propria autonomia politica.

La posta in gioco non è “quanta regolamentazione” o “quale etica dell’IA”. È quale spazio esisterà per la democrazia, la sovranità popolare e l’uguaglianza dopo il completamento del progetto tecnoligarchico. Il complesso militare-digitale ha per fine ultimo accelerare la fine dello Stato democratico verso un modello dove la libertà è la libertà del più forte, del più ricco, del più intelligente e delle loro proli, in una spaventosa visione reazionaria. L’Europa, depositaria di una tradizione di limitazione del potere, può e deve essere baluardo democratico, non arrendersi dietro lo schermo di begli enunciati e visi artificiosamente sorridenti.

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