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Leggendo “Amato Popolo. Il sacro che manca da Pasolini alla crisi della democrazia“(Bordeaux Edizioni, 2025), c’è un momento in cui ci si accorge che l’autore non sta scrivendo un saggio ma sta esponendo un “pensiero vivente”. Cantaro dichiara fin dal Retrobottega di scrivere “con la mano sinistra”. È una postura che ha un suo prezzo – rinuncia alla sistematicità, accetta la frammentarietà del pensiero occasionale – ma guadagna nell’onestà e nella carnalità dell’esposizione.

Il libro tocca uno dei nervi più scoperti della modernità avanzata, ossia la sua mancanza di “sacralità”. Cantaro definisce tale mancanza con un nome classico, ossia quello del popolo. È il sacro che ci manca perché è la conoscenza della sventura di cui parla la sua epigrafe da Simone Weil: un sapere che le “caste globaliste” non possono possedere perché non hanno mai attraversato la sventura stessa.

Il popolo dimenticato: la genealogia dell’intellettuale complice

Prima ancora di arrivare al “sacro” e al “popolo”, il libro compie un lavoro preparatorio che merita di essere seguito con attenzione, perché stabilisce le premesse di tutto il ragionamento successivo. Il primo capitolo, Il popolo dimenticato, parte dall’intellettuale progressista che coltiva la parola “identità” come formula magica capace di garantire coesistenza e contaminazione pacifica, salvo poi vedersi sottratta quella stessa parola da “donne e uomini autenticamente reazionari” che se ne appropriano per difendere, con altrettanta convinzione, l’identità dell’Occidente. È un ritratto scritto con un’ironia tagliente che mette in scena il disorientamento di chi si scopre disarmato proprio dal proprio lessico.

Ancora più tagliente è la sezione Otto e mezzo della sera, dove Cantaro riprende da Pasolini la formula della “scienza italianistica” – l’arte tutta italiana della complicità pseudo-innocente con il potere – per scomporla in due branche gemelle che popolano i salotti televisivi: l’espertologia, l’arte di servire i potenti con un linguaggio tecnico “che serve più a non dire che a dire”; e la dietrologia, l’arte di screditare il dissenso bollandolo come teoria cospirativa. È qui, in realtà, che si trova la prima e più concreta apparizione di ciò che verrà discusso nel capitolo sul Gorgia platonico: un dispositivo linguistico che non serve a comunicare la verità ma a proteggerla dal volgo, o a screditare chiunque provi ad accedervi senza le credenziali dei salotti. Il capitolo sul popolo dimenticato, insomma, costituisce la scena del crimine che i capitoli successivi torneranno a indagare con strumenti più teorici.

La genealogia del disprezzo

Nella sezione Amare il popolo, che apre il secondo capitolo insieme ad Amare la verità, il libro fa un lavoro che meriterebbe attenzione particolare: attraverso Platone e Aristotele, risale alla preistoria filosofica del disprezzo per la democrazia. Il processo messo in scena nel Gorgia – una giuria di bambini che condanna il medico sapiente e assolve il pasticcere che promette dolciumi – costituisce la prima formulazione di un dispositivo epistemologico che attraversa la storia occidentale: la verità viene sistematicamente sconfitta dalla menzogna che promette piacere immediato, e questa sconfitta viene poi imputata, retroattivamente, all’incapacità strutturale del popolo di governarsi. È esattamente la stessa architettura logica che sostiene, oggi, la demonizzazione del voto “sbagliato”: Brexit, i referendum bocciati, le elezioni che non producono l’esito atteso vengono spiegati non come espressione di un conflitto reale ma come sintomo di un deficit cognitivo di massa. Cantaro individua con precisione questa continuità: da Aristotele che condanna la democrazia perché sovrani non sono le leggi ma i demagoghi che riducono a unità la moltitudine informe, fino ai “postmoderni” che nel dibattito sul referendum britannico hanno riproposto, con lessico aggiornato, esattamente lo stesso sospetto. Il dispositivo epistemologico non è cambiato: è cambiato solo il vocabolario con cui si maschera.

Ciò che colpisce, in questo capitolo, è la scelta stilistica di rispondere non con un contro-argomento accademico ma “in versi” – i versi romaneschi di una canzone che chiedono semplicemente: dimmi chi è che mi fa sentire importante anche se non conto niente. È un gesto che rovescia deliberatamente la gerarchia platonica: contro il sapiente che parla nel registro della verità oggettiva, Cantaro fa parlare il popolo nel proprio idioma, quello del vernacolo cantato. È una scelta polemica precisa: se il dispositivo epistemologico ha sempre screditato il linguaggio del popolo come incapace di veicolare verità, allora citarlo per esteso, senza tradurlo in prosa accademica, è già un atto di resistenza teorica.

Infatti, un ruolo importante nel testo è giocato da una distinzione che meriterebbe di essere più nota di quanto non sia: quella fra prima pelle e seconda pelle di un popolo. La prima pelle è la condizione materiale di partenza, la povertà, la storia subita – quella che Cantaro rintraccia nel film di Comencini Tutti a casa, l’8 settembre 1943 raccontato attraverso lo sbando di un esercito senza più ordini. La seconda pelle è invece il mito condiviso che permette a quella condizione di essere trascesa senza essere negata: Cantaro la rintraccia nelle parole “Rinascita” e “Ricostruzione” che, tra il 1946 e il 1947, furono la seconda pelle di italiani di ogni orientamento politico, di ogni latitudine geografica – non un’ideologia di parte ma un racconto comune abbastanza forte da tenere insieme vincitori e vinti della guerra civile appena conclusa.

È un passaggio che illumina retroattivamente tutto il libro, perché rende esplicito ciò che altrove resta implicito: il sacro a cui il titolo allude non è soltanto un’esperienza antropologica muta – la sventura di Weil, il legame non teorizzato – ma richiede anche una narrazione, un racconto capace di trasformare la sofferenza subita in qualcosa che può essere abitato, persino amato. “Non c’è popolo senza una narrazione adeguata al suo tempo”, scrive Cantaro, “non c’è narrazione se quel popolo è senza storia”. È una formula che getta luce diversa sul capitolo su Trump: se Oliver Anthony trova milioni di ascoltatori è anche perché offre loro, con una canzone, una seconda pelle – per quanto rabbiosa, reazionaria, powered da un algoritmo – dove il linguaggio progressista non gliene ha saputa offrire nessuna.

Il dispositivo democratico messo alla prova

Plebiscito, di ogni giorno chiude il secondo capitolo ed è proprio questa collocazione a renderne chiaro il ruolo: è la sintesi teorica a cui approdano Amare la verità, Amare il popolo e Seconda pelle, prima che il libro si sposti, nel capitolo successivo, sul terreno più esplicitamente politico del sovranismo contemporaneo. Le pagine affrontano di petto il rapporto strutturale tra rappresentanza parlamentare ed elementi plebiscitari-carismatici nella vita reale delle democrazie moderne. Cantaro ricorda un proprio intervento del 1997 alla Sapienza, con Massimo D’Alema in sala, sul semipresidenzialismo, e usa quel ricordo per introdurre le due leggende – aurea e nera – che da sempre avvolgono il cesarismo presidenzialista: quella che lo dipinge come la forma più autenticamente democratica, e quella che lo dipinge come la maschera di un regime autocratico. La tesi di Cantaro, mediata da Kelsen, è che entrambe le leggende colgano un nucleo di verità perché la vita reale delle democrazie è sempre composta, in proporzioni variabili, di elementi razionali e di elementi plebiscitari. Non si tratta di scegliere fra i due, ma di riconoscere che la loro coesistenza è strutturale, non patologica.

Cantaro spinge il ragionamento oltre la cornice kelseniana richiamando la distinzione gramsciana fra usi regressivi e usi progressivi del cesarismo: non si tratta di rimuovere per decreto la componente plebiscitaria – impossibile, perché è “dentro il ventre della società” – ma di comprenderne le origini per orientarla verso uno sbocco progressivo anziché lasciarla in mano a nuovi “agitatori di folle”. L’esempio che porta è Enrico Berlinguer, capace di esercitare un’autorità carismatica senza mai chiederne l’acclamazione plebiscitaria, mettendola anzi al servizio dell’emancipazione del proprio popolo. È un afflato quasi nostalgico, ma non ingenuo: Cantaro non propone di restaurare un modello ma di recuperarne l’ethos – un partito che fa dei propri leader funzionari di una causa comune, “tutti necessari, nessuno indispensabile” – come argine possibile alla personalizzazione del potere che il presidenzialismo, altrimenti, rischia di consegnare senza contrappesi ai soli “nuovi” cesari.

È un punto teorico di grande rilievo, perché sposta la discussione sul populismo da un terreno moralistico – il popolo buono contro le élite cattive, o simmetricamente il popolo ignorante contro le élite illuminate – a un terreno propriamente costituzionale: la domanda non è se la componente plebiscitaria vada eliminata (non può esserlo, perché è costitutiva della legittimazione democratica stessa) ma come vada temperata, istituzionalizzata e resa compatibile con lo Stato di diritto. È un’operazione che richiede di “prendere sul serio il popolo anche nel male”, per usare le parole dello stesso Cantaro – una formula che condensa l’intero programma del libro meglio di qualunque definizione teorica, e che il terzo capitolo, Il populismo preso sul serio, sviluppa poi nel merito delle politiche concrete.

La ragione sovranista e la mappa del risentimento

È proprio nel terzo capitolo, nelle pagine dedicate a La “ragione” sovranista e a Prima gli italiani?, che il testo prende la forma di un’analisi elettorale e geografica precisa, prima ancora di arrivare al caso americano. Cantaro richiama la lettura di Marco Revelli sulla mappa sociale del voto Brexit: il sì all’Unione concentrato nella City di Londra e nei centri della finanza globale, il leave diffuso invece nelle campagne e nei vecchi insediamenti industriali delle Midland ormai distrutti. L’elettore remain tipo è una laureata scozzese, l’elettore leave un lavoratore manuale che ha lasciato la scuola a sedici anni confidando che la sovranità restituita gli renda fabbriche e territori sottratti dalle burocrazie di Bruxelles. È una mappa che, spiega Cantaro, attraversa l’Atlantico in soli 138 giorni per ritrovarsi identica nel voto a Trump: gli stessi farmers delle pianure abbandonate, lo stesso ceto medio marginalizzato, gli stessi ex elettori democratici passati al campo repubblicano in cerca di protezione contro le delocalizzazioni. È un’anticipazione che rende ancora più solido, quando si arriva al quarto capitolo, il ritratto di Oliver Anthony: non un caso isolato, ma la conferma statistica di una geografia del risentimento già tracciata pagine prima.

Da Trump alla soglia del sacro

Il capitolo si apre con una lettura geopolitica che spiazza l’interpretazione più comune del trumpismo come ripiegamento isolazionista. Per Cantaro l’amministrazione Trump-Musk non chiude l’impero americano dentro i propri confini ma aggiorna, in chiave apertamente imperialista, una “Dottrina Monroe 2.0” che, rivendicando Panama, il Golfo del Messico, la Groenlandia, perfino l’ipotesi del Canada come cinquantunesimo Stato. Si pone come la manifestazione coerente di un’ideologia imperiale di lunghissimo corso – quella per cui l’intero emisfero, e poi il mondo intero reso “più piccolo” dalla connettività aerea e digitale, rientra nella naturale sfera d’influenza statunitense. È una precisazione importante perché impedisce una lettura del fenomeno Trump come semplice ripiegamento reazionario: la stessa “pace attraverso la forza” evocata da Cantaro mostra come il fascismo “democratico” del titolo non sia incompatibile con l’espansionismo, anzi ne sia probabilmente la precondizione ideologica.

Il quarto capitolo è probabilmente il più audace del libro, e va letto come un arco unico che dalla cronaca del trumpismo conduce, nelle sue ultime pagine, fino alla formulazione più densa sul concetto di sacro. La vicenda di Oliver Anthony – il cantante diventato un cult della destra americana con Rich Men North of Richmond – viene raccontata con un’attenzione ai dettagli biografici, la cartiera, la disoccupazione, la depressione, il nome d’arte preso dal nonno cresciuto nella Grande Depressione. Cantaro cita le sue stesse parole: ha scritto quella musica perché soffriva, e quella sofferenza condivisa è ciò che lo ha messo in connessione con milioni di persone. È un popolo che si sente, letteralmente, “dimenticato” dalle élite progressiste e che, nell’appello a Trump, Vance, Musk, non cerca tanto un programma politico quanto un riconoscimento della propria esistenza.

Qui la lettura di Cantaro tocca un fenomeno che con il mio lessico definirei una vera e propria no-city umana: territori interni all’impero più ricco del pianeta – gli Appalachi, le cartiere chiuse, le comunità rurali disoccupate – che vivono la stessa condizione di abbandono strutturale delle periferie del Sud globale, pur trovandosi geograficamente al centro dell’e-city finanziaria e tecnologica. Il paradosso che il libro lascia emergere è che il voto per Trump nasce dalla presenza fin troppo reale di una sofferenza che il linguaggio progressista, concentrato sulle proprie categorie identitarie, non è riuscito a intercettare, lasciando che fosse il lessico reazionario a raccoglierla per primo.

È nella sezione conclusiva dello stesso capitolo, L’Università di Rebibbia, che il libro compie il passo decisivo. Cantaro recupera il titolo che Goliarda Sapienza diede al proprio romanzo carcerario per introdurre una distinzione decisiva: quella fra popolo-istituzione, il popolo come soggetto del potere sovrano, e popolo-comunità, il popolo come tessuto sociale di legami, costumi, riconoscimenti reciproci. È una distinzione che permette a Cantaro di evitare la trappola più insidiosa di ogni discorso sul “sacro del popolo”: la sacralizzazione esclusiva dell’uno o dell’altro polo. Sacralizzare soltanto il popolo-istituzione – lo Stato, la sovranità formale – apre alla metafisica compiuta dell’idolatria politica, quella per cui l’apparato conta più delle vite che dovrebbe rappresentare; è esattamente la deriva che il libro individua, senza sconti per nessuna delle due parti, nella tragedia israelo-palestinese, dove la sacralizzazione dello Stato-Israele e quella dello Stato-Palestina, separate dai popoli reali che dovrebbero incarnare, conducono entrambe verso il suicidio reciproco. Sacralizzare soltanto il popolo-comunità, tuttavia, la sua “nuda fenomenologia”, apre a un’idolatria speculare non meno pericolosa: quella del “popolo neoliberale” e del “popolo sovranista” discusso nel terzo capitolo, l’adorazione indifferenziata dell’immanente che finisce per giustificare qualunque cosa venga fatta in suo nome – compreso, si può ora capire meglio, il fascismo “democratico” di cui parla il titolo dell’intero capitolo.

La soluzione che Cantaro propone, mutuandola esplicitamente da Simone Weil, è di spostare il sacro non sull’astrazione concettuale ma sul concreto: non è la persona umana in generale a essere sacra – dice Weil, citata quasi per intero – ma la persona in tutto ciò che è, “braccia, occhi, pensieri, tutto”; altrimenti nulla impedirebbe di cavarle gli occhi restando “formalmente” fedeli alla sua sacralità astratta, esattamente come accade oggi con la retorica dei diritti umani inviolabili, evocata nei trattati mentre si è sordi e ciechi di fronte alla sofferenza concreta. Trasferito al popolo, il principio diventa: sacro non è né lo Stato né il sociale come categorie, ma il popolo radicato in costumi, tradizioni, legami – quella “seconda pelle” di cui parla la sezione omonima del secondo capitolo, il tessuto di riconoscimenti quotidiani in cui un essere umano smette di essere anonimo e diventa, per qualcun altro, insostituibile.

È un movimento teorico elegante, perché permette al libro di sfuggire simultaneamente a due accuse facili: quella di statalismo autoritario (il popolo come massa da inquadrare in un apparato) e quella di populismo indifferenziato (il popolo come volontà generale sempre e comunque legittima). Proprio la cautela con cui evita queste due trappole, tuttavia, rende più interessante – e ancora più aperta – la domanda che resta sullo sfondo: se il sacro risiede nel concreto, nei legami radicati, che cosa accade quando quei legami stessi vengono prodotti, orientati, in parte simulati dalle stesse infrastrutture tecniche che il libro identifica altrove come nemiche del popolo? La “seconda pelle” di cui parla Cantaro – l’appartenenza vissuta, non teorizzata – è ancora possibile fuori dalla mediazione digitale che oggi struttura pressoché ogni forma di riconoscimento sociale, dai gruppi Facebook di quartiere alle community online che replicano, in forma caricaturale, il calore della comunità perduta?

Il popolo odiato: la soglia più esposta

Passiamo ora al Post scriptum finale, Odiato Popolo, che non appartiene a nessuno dei quattro capitoli ma li chiude tutti insieme, come un’ultima nota scritta a distanza. Qui Cantaro affronta Gaza e il 7 ottobre per mostrare come l’odio per il popolo, quando si manifesta, sia bilaterale e sempre contagioso: l’odio del governo Netanyahu per il popolo di Gaza, l’odio di Hamas per il proprio stesso popolo – usato come scudo, sacrificato senza sbocchi politici – e infine l’odio europeo, ossia l’antisemitismo e l’islamofobia. È una pagina che non concede nulla alla facilità del tifo ideologico, e che per questo espone l’autore a critiche da entrambi i lati – il prezzo, ancora una volta, dell’esposizione scelta fin dall’inizio.

La chiusura è affidata a un’immagine di rara delicatezza: un violinista che suona all’alba di ferragosto su una spiaggia affollata, e un proverbio popolare – “scordati del bene che hai fatto, ricordati solo del male che hai fatto” – che dà il titolo speculare al libro, Amato/Odiato Popolo. È un finale che propone un gesto quasi liturgico, la sospensione silenziosa di una folla di fronte alla musica, come unico antidoto momentaneamente reale ai mali estremi di cui parla tutto il libro.

Un punto di attrito

Amare il popolo, afferma giustamente Cantaro, non significa dargli sempre ragione: “il popolo non ha (quasi) mai ragione” è una delle frasi più oneste del libro, perché rifiuta la retorica populista della sovranità popolare infallibile. Proprio a questo punto – nel capitolo sul populismo preso sul serio, e ancora di più in quello su Trump – sarebbe stato utile, a mio parere, affrontare più a fondo una domanda scomoda: il popolo oggi non rischia di essere già esso stesso un prodotto del dispositivo tecnocapitalistico che pretende di contestare? Non il popolo weiliano della sventura ma il popolo mediatizzato, profilato, targettizzato dagli stessi algoritmi che orientano ogni altra forma di consenso contemporaneo. La stessa vicenda di Oliver Anthony, del resto, lo dimostra chiaramente: la sua canzone diventa inno di massa perché un algoritmo di piattaforma la fa esplodere in poche settimane fino al primo posto della Billboard. Il popolo dimenticato viene “ritrovato” esattamente dagli stessi meccanismi di viralità che strutturano il consenso sistemico.

Cantaro sembra presupporre che esista ancora un popolo prima della sua cattura tecnocratica, un residuo antropologico non ancora metabolizzato dal sistema – la lingua comune, la comunità organica, il sacro che manca ma che in linea di principio potrebbe essere riattinto. È lecito essere meno certi che questo residuo sopravviva integro, o che sia mai esistito in una forma non già mediata da un qualche dispositivo di potere – dalla liturgia religiosa medievale fino all’algoritmo di raccomandazione contemporaneo. Da parte mia, è questo forse l’unico vero punto di attrito teorico con questo libro. È tuttavia un attrito che nasce dal rispetto: chi si affatica nella ricerca sui dispositivi e sulle reti sa quanto sia difficile individuare, nella massa serializzata del presente, un punto che non sia già stato in qualche modo predisposto dalla stessa macchina (fascio)sistemica.

Conclusione

Resta il fatto che Amato Popolo si lascia attraversare dal proprio oggetto. Non parla del popolo da una torre di controllo concettuale – gli si mette accanto in senso quasi eucaristico. Ogni sezione porta con sé una data, un luogo, un’occasione – l’aula Kelsen di Campobasso, la spiaggia di Cupra Marittima, l’aula della Sapienza. È un libro che chiede al lettore non tanto di essere convinto quanto di essere commosso – e forse è proprio in questo, in questa scelta di rischiare la commozione contro l’algida precisione del sistema, che sta il suo insegnamento più prezioso.

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