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Ecologia e sistemi urbani

È uscito il nuovo numero della rivista "I piedi sulla terra", con un dossier dedicato alle aree metropolitane, dove si gioca il grosso della partita ecologica, terreno elettivo di una progettazione idealmente attrezzata, portata avanti a ridosso di situazioni che tutti noi ci troviamo a vivere

Qui il numero completo della rivista

Un invito ragionato alla lettura

Il grosso della partita ambientale si gioca nelle aree urbane. Nel 2015 le città erano responsabili dell’emissione 25 GtCO2-eq all’anno, il 62% del totale – nel 2020 gli stessi dati erano pari a 29 Gt e al 67-72%. Basterebbe questo a giustificare la scelta, compiuta in questo numero, di dedicare un’ampia sezione monografica al tema ecologia e sistemi urbani. Ma la ragione non sta soltanto nelle evidenze appena richiamate: sta anche nella convinzione che la realtà urbana si presti particolarmente bene all’operazione di portare alla luce i contenuti di civiltà ai quali una visione della crisi ecologica aperta ai buoni venti della critica non può non approdare.

Da sempre, in effetti, il pensiero critico ha annoverato tra i propri compiti quello di sciogliere la rigidità ‘cosale’ dei problemi, che in genere contrassegna il primo momento nel quale si presentano. E la stessa profondità della crisi ecologica, nel nostro caso, invita ad allargare senza remore il respiro della riflessione, fino ad attingere l’eterna fatica domanda ‘come vogliamo vivere’ – che l’altra parte, per sua natura, è fatta apposta per selezionare contenuti e indicazioni pratiche. Ecco, per molti aspetti la realtà urbana costituisce un terreno elettivo di un simile esercizio di progettazione alta, idealmente attrezzata, portato avanti a ridosso di situazioni che tutti noi, ogni giorno, ci troviamo a vivere. E la circostanza che gran parte del discorso venga a stringersi attorno al tema della mobilità, come in effetti accade, consente a sua volta di fornire un esempio di come la particolarità dei problemi possa e debba essere trascesa, senza tradirla, in vista dei valori ‘di significato’ che essi effettivamente assumono sul piano dell’esperienza urbana.

Molto, in questo senso, si trova già nel contributo di Filippi, a partire da una critica serrata del rilievo che oggi tende ad assumere il ‘discorso’ delle auto elettriche, le quali, a proposito di ‘cosalità’, si prestano fin troppo bene all’operazione di ridurre la sostenibilità a una questione di innovazione tecnologica. L’esercizio della critica, qui, consiste innanzi tutto in una sorta di technology assessment allargato, dal quale emerge con chiarezza quali e quanti difetti la motorizzazione privata continui a presentare anche quando i motori siano elettrici piuttosto che a benzina. E ben presto, però, su questo filo di ragionamento, accade che il ‘trasporto’ cessi di essere considerato alla stregua di un ‘settore’, per connettersi piuttosto, dall’interno, al complesso delle questioni che riguardano la pianificazione degli insediamenti, la dislocazione delle funzioni, il disegno della viabilità come fatto ‘compositivo’ del tessuto urbano, ecc. Appunto, una visione ‘urbanistica’ delle questioni legate al trasporto, che porta a ripensarne tutte le modalità e a capovolgere l’ordine di precedenza che si è formato nell’esperienza storica della città moderna – vedrà il lettore con quanta radicalità, e con quanto beneficio per l’ambiente.

Come risultato, ancora, si può dire che l’innovazione tecnologica cede il passo alle prerogative (diventa parte) dell’innovazione sociale, in quanto riferita ai modi del nostro stare e muoverci negli spazi insediati che abbiamo intorno a noi. Questa stessa chiave di lettura si ritrova, ulteriormente intensificata, nel contributo di Borgogni, incentrato sulla ‘corporalità’ dell’esperienza urbana – visto che quelli che stanno e si muovono sulla scena urbana sono proprio i corpi che noi siamo, le nostre stesse personalità viventi, costituite, come sono, in carne e ossa. Così, in effetti, neppure si tratta più, soltanto, di ‘soluzioni’ e ‘assetti’ urbani, bensì di pratiche e forme di vita delle quali (poter) essere partecipi, con tutto il portato esistenziale e valoriale (di significazione, appunto) che l’ultima locuzione s’incarica di comunicare. E con possibili aperture ‘semiotiche’ dell’intero quadro interpretativo, che l’introduzione di Savarese non manca di sottolineare. In questo senso si può ben dire che il discorso mette capo a questioni leggibili in termini di civiltà – appunto: forme, valori, significati, esperienze, vissuti – che superano anche, di gran lunga, il modo corrente di intendere il ‘sociale’. E quanto alle emissioni di CO2: fare centro sui corpi e valorizzare nella massima misura del possibile le loro proprie capacità di muoversi, con tutti i co-benefits del caso, significa ipso facto ridurre il consumo di energia e materia a poco più di quello che è comunque implicito nel metabolismo di base di ogni persona umana…

Molte altre considerazioni che per qualche verso si muovono su questo medesimo registro – un modo peculiarmente ravvicinato di guardare ai fatti urbani – si trovano nel contributo di Nonni, che insiste anche su quanto ampiamente il valore della bellezza possa rivelarsi un driver di trasformazioni valide sotto ogni aspetto.

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Un modo peculiarmente ravvicinato di guardare ai fatti urbani. Vale la pena di riportare ancora qualche parola di Borgoni. “La fruizione democratica dello spazio pubblico è una questione di atti quotidiani, di fenomenologie minime, […] di lievi appropriazioni e di distanze che esercitiamo ogni giorno, è questione di attenzione alla grana fine del tessuto urbano”. Del resto, i corpi e le loro proprie capacità di muoversi, e quello che muovendosi possono venire a dire, sono pure al centro dell’opera d’arte scelta da Olivetti: certo, in forma quasi rovesciata, per una presenza ormai trascorsa e un luogo extraurbano ormai rimasto vuoto, e per una traccia labile, che sparirà nel giro di una notte, ma proprio per questo in modo tanto più intrigante e fine, tanto meglio in grado di comunicare il senso di uno stare al modo che “evita, esclude, combatte la dominante intelligenza della prevaricazione”.

In tutto ciò, non è difficile leggere il filo di una necessaria, possibile ‘transvalutazione’, che d’altra parte, sul piano sistematico, trova riscontro nella già citata inversione dell’ordine di precedenza dei modi di trasporto: ciò che di default sembra minore, marginale, in certo modo ‘povero’, guadagna invece il centro della scena, rivelando una sorprendente ricchezza di motivi. O meglio, lo deve guadagnare, perché in effetti si tratta di realizzare spostamenti mentali che mettono a dura prova il senso comune, per tanta parte segnato dall’associazione, taken for granted, di intensità e visibilità tecnologica e intrinseco valore di progresso.

L’argomento – che investe perfino il modo di concepire la ratio dello svolgimento storico – presenta di per sé notevoli motivi di interesse epistemologico, e in futuro, quindi, non mancherà di essere ripreso. Qui è accennato per segnalare il legame – in effetti abbastanza stretto – che intrattiene con l’intera questione della ‘crescita’, oggetto del contributo di Montebugnoli e al centro dell’intervista a Jon Erickson pubblicata nella sezione Saved in translation. Intuitivamente: la suddetta transvalutazione comporta anche una sorta di disaccoppiamento tra ‘importanza sostantiva’ e ‘valori monetari’, o meglio, contraddice l’esistenza di un rapporto necessario tra quello che soprattutto serve per fare passi avanti sul piano della civiltà e il suo apprezzamento in denaro da parte mercato, ovvero, più in generale, all’interno del sistema di rappresentazione della realità economica che chiamiamo Pil. Così, vengono meno le basi del dominio che l’aumento di quest’ultimo – appunto la ‘crescita’ – tuttora esercita sull’intero quadro della vita sociale ed economica.

Dunque la ‘decrescita’? Non proprio, non esattamente. Piuttosto, alla situazione frutto del suddetto
disaccoppiamento, sembra appropriato il termine ‘post-crescita’, da leggere come un ‘ombrello’ sotto il quale contemplare le diverse cose che si possono pensare una volta che l’aumento del Pil abbia cessato di valere al modo di un imperativo categorico, che non ammette deroghe – senza immaginare che il Pil stesso, per questo, sparisca dalla scena.

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Infine, una volta di più, questo numero cerca di segnalare il rapporto che l’intero programma di ricerca I piedi sulla terra vuole intrattenere con la tradizione dell’ambientalismo scientifico italiano. Lo fa con un nuovo ricordo di Laura Conti, affidato alla penna di Marina Mannucci, e con il contributo di Giancarlo Bausano, che bene si inserisce nel solco dell’epidemiologia critica legata ai nomi di Giulio Maccacaro ed Eva Buiatti. Il fatto è che non si tratta in alcun modo di contrapporre quotidiano e scientifico, le ragioni dei mondi vitali a quella di Minerva. O meglio, la contrapposizione è perfettamente lecita in chiave analitica, al fine di delineare la differenza di statuto dei due ordini di attività e saperi – ma poi è proprio la loro differenza che va tenuta viva, e garantita da entrambi i lati, nell’interpretazione e nell’affrontamento della crisi ecologica, come un motivo di complessità e ricchezza dal quale non è lecito prescindere.

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