“Esproprio digitale”, l’hanno definito. Anzi, l’ha definito: le parole sono di Max Schrems, un giovane avvocato austriaco che ha fondato un’associazione per la difesa dei diritti violati dalle Big Tech (NOYB – none of your business) e famoso perché, quasi da solo, ha costretto due volte l’Europa a cancellare accordi capestro con gli Stati Uniti. Accordi dichiarati illegittimi con sentenze che, appunto, sono state definite col suo nome: Schrems1 e Schrems2. Ora però, anche per lui, sarà tutto più difficile: perché in ballo non ci sono intese fra governi ma una nuova normativa. Una nuova legge europea che rischia di azzerare tutte le conquiste legislative del vecchio continente a difesa dei diritti digitali.

Per capire: si sta parlando di dati. Di dati, tutti i dati senza più alcuna protezione, che l’Europa sta per “regalare” a OpenAI, Anthropic, Google, Meta e SpaceX e tutti gli altri colossi dell’intelligenza artificiale. Manca solo un passaggio e poi sarà definitivamente sancito che gli interessi delle Big Tech valgono più del diritto alla privacy, del diritto alla “non sorveglianza”. Del diritto a non essere profilati e discriminati.

Tutto è avvenuto in pochissimo tempo. All’epoca dei contrasti con Trump sui dazi, l’Europa, quella della von der Leyen, aveva cominciato a correggere le leggi sull’intelligenza artificiale – molte delle quali ancora dovevano entrare pienamente in funzione – regalando tanto tempo in più ai colossi per adeguarsi alle misure di protezione. Esattamente come chiedeva la Silicon Valley. L’ha fatto utilizzando uno strumento legislativo che si chiama Digital omnibus, una sorta di decreto per capirci, che consente di saltare l’iter burocratico e di accorciare i tempi di approvazione.

Lo strumento dovrebbe essere utilizzato solo per piccole modifiche ai testi. Invece è diventato il modello principe nel governo dell’intelligenza artificiale. Strumento utilizzato anche per quest’ultimo capitolo della saga: pochi giorni fa, la Commissione europea ha presentato al Consiglio un testo, ovviamente descritto come necessario per “sburocratizzare le procedure”.

In pillole: il documento, in un articolo (si chiamava 88 quater, ora è diventato 88 bis) liberalizza del tutto, senza più alcun limite, l’uso dei dati per addestrare le intelligenze artificiali.

Sembra uno scherzo nella terra che ha varato, decenni fa, le prime regole a difesa degli utenti. Invece nel testo c’è scritto esattamente che non ci sarà più bisogno di chiedere il consenso se quei dati sono utilizzati “nel contesto dell’intelligenza artificiale”. L’uso dei profili personali, delle storie, delle foto, degli indirizzi, dei messaggi di centinaia di milioni di persone saranno considerati “uso legittimo” per legge.

Mercoledì 21 ottobre, insomma, la Commissione e il Consiglio europeo hanno deciso di prelevare i nostri dati e metterli a disposizione dei gruppi che producono l’intelligenza artificiale. Manca ancora un passaggio legislativo: il voto al Parlamento di Strasburgo del nuovo testo. Si contano però sulle dite di una mano le volte che gli eurodeputati si sono ribellati ai diktat di Bruxelles. Con un centrodestra e con una destra già schierati a difesa del provvedimento.

Poche speranze, allora, vanno riposte nel Parlamento europeo. Che si appresta a votare, oltretutto, un testo scritto con i piedi. Pieno di incongruenze e di errori madornali. Per capire: il disco verde all’acquisizione e all’uso di tutti i dati riguarda qualsiasi progetto “inerente comunque l’intelligenza artificiale”. Con l’assurdo risultato che – per fare un esempio – un sito che ha immagazzinato col consenso degli utenti, e quindi legittimamente, le credenziali dei suoi visitatori sarà vincolato – come prevede il GDPR – all’uso limitato dei dati per alcune, ben definite funzioni. Basterà però che il titolare del sito progetti di creare un prodotto collegato all’intelligenza artificiale e potrà utilizzare tutti i dati che ha immagazzinato.

Di più: una misura spacciata – non si sa perché – a sostegno dell’imprenditoria europea, avrà come risultato anche il fatto che OpenAI, Anthropic, Google, Meta e SpaceX e gli altri Made in USA, potranno “sdoganare” i dati che hanno raccolto in decenni. E che fino a ora dovevano usare entro i limiti di legge. L’utilizzo senza vincoli di quei dati creerà un evidente svantaggio per le imprese europee, che si sono affacciate sul mercato da pochissimo tempo.

E ancora, lo segnala l’EDRi, una delle più combattive associazioni per i diritti digitali, c’è un altro un altro macroscopico errore nella definizione di dati anonimi o pseudo-anonimi. Nella prima categoria rientrano (rientrerebbero) i dati che in nessun modo possono essere ricondotti a una persona, a un individuo. La seconda definizione riguarda la possibilità di sostituire “un identificatore evidente” – per esempio il nome e cognome – con un codice, un numero. Basterà però che un’azienda dichiari che “con i suoi strumenti non è in grado di individuare una persona da un codice” per poter utilizzare come vuole i dati pseudo-anonimizzati. E come sanno ormai tutti, ci vuole un attimo, poi, per dare un nome e cognome a quei numeri.

Così, chi detiene le leve della tecnologia potrà rastrellare tutto, ma proprio tutto-tutto. Sapendo, ancora, che non ha molto senso parlare di intelligenze artificiali, come se fosse un’unica categoria. Sappiamo infatti che possono essere strumenti utilizzati nella nostra vita quotidiana, per velocizzare lavori lunghi e ripetitivi, ma che oggi servono soprattutto a controllare chi lavora, a produrre droni killer, a essere strumento delle guerre e di chi sta commettendo un genocidio. Ora lo faranno con l’aiuto dei dati delle vite dei cittadini europei.

Max Schrems nella sua denuncia dice che di fronte “a un legislatore che ha perso il senso della misura” per mostrarsi supino agli interessi potenti, non resta che ricorrere, per l’ennesima volta, alla Corte di Giustizia. Per l’annullamento completo del Digital omnibus. E qui forse la sua visione si fa un po’ ristretta: la via giudiziaria è lenta, e spesso non porta frutti. Forse sarebbe il caso che chi si oppone cominciasse a dirlo.

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