Il tempo ozioso dell’estate permette letture e pensieri più distesi, ma non per questo meno perturbanti di quelli invernali; si parte da un tarlo che ci scava e che ci conduce sempre in quel ventennio costituzionale (fra la riscossa operaia del 1960 e il riflusso degli Ottanta) su cui ci affacciamo con l’idea che il compito a noi assegnato, poveri epigoni, sia solo quello di chiosare, commentare, riflettere un già detto, scritto, fatto in quegli anni.
Cinquant’anni fa
Bologna, Palazzo dei Notai, dicembre 1976. Bernardo Bernardi, Carlo Poni e Alessandro Triulzi organizzano un convegno internazionale “Antropologia e storia: le fonti orali”. L’evento vede la partecipazione di numerosi storici, antropologi, sociologi ed etnologi da tutto il mondo, segnando il momento di fondazione e riconoscimento accademico della cosiddetta “storia orale” in Italia: i “ricercatori scalzi” (per usare un’espressione ormai idiomatica) e “gli intellettuali rovesciati” (per parafrasare Gianni Bosio) insieme a chi un posticino all’università già lo ha. L’evento è stato talmente dirompente che per la ricostruzione si possono leggere numerose fonti scritte (esisterà la registrazione? Domanda paradossale, ma fino a un certo punto…). Ci sono gli atti pubblicati da Franco Angeli; una selezione di atti presenti in Quaderni Storici; contributi singoli presenti in rete come quello fondamentale di Cesare Bermani e Sergio Bologna; un resoconto agile scritto da Alfredo Martini per il Mulino e poi allargato in un testo fondamentale per la storia orale, come “Verba manent: l’uso delle fonti orali per la storia contemporanea”. Molti i fili che si intrecciano a Bologna e molti che si diramano. C’è perfino, ricorda Martini, Carlo Ginzburg che evidenzia la “difficoltà oggettiva dell’utilizzare le fonti orali per uno storico della cultura e della società del XVII e XVIII secolo”, ma anche l’“importanza delle testimonianze verbali dei processi in quanto testimonianze dirette di elementi popolari, le quali permettono di cogliere tutta una serie di aspetti della vita e della cultura degli strati popolari altrimenti inconoscibili”. C’è la grande tradizione che deriva dall’operaismo (appunto Bermani, la fondamentale Luisa Passerini) e punta a raccontare la “conoscenza esatta e positiva delle posizioni nelle quali vive e lavora la classe operaia”; una tradizione che l’Italia condivideva con l’Inghilterra secondo quanto riportato dallo storico, anch’egli presente sotto le Torri, Paul Thompson.
Sessant’anni fa
Nel 1966 Mario Tronti, dopo una lunga e complessa trattativa con l’editore Einaudi, pubblica “Operai e Capitale”. Il testo, considerato la “bibbia dell’operaismo”, viene successivamente pubblicato in una nuova edizione, nel 1971. Da questa, in particolare dal Poscritto, traiamo una celebre citazione per cui abbiamo di fronte l’alternativa “tra narrazione con interpretazione incorporata – che è la vecchia pretesa dell’oggettivismo storico – e il suo contrario: interpretazione con incorporata la narrazione, – che è il nuovo corso della ricerca politica di parte operaia”. Questa assunzione, ai più addentro all’operaismo, come appunto Bermani/Bologna, è evidente tanto che al convegno affermano “gli oggetti della ricerca si trasformano in soggetti che partecipano in prima persona allo studio scientifico della propria condizione e della propria lotta, in collaborazione con lo storico, militante tra militanti, cui è demandato il compito di farsi portavoce delle esperienze della classe e di apprestare i canali idonei alla loro circolazione”. Da qui il forte soggettivismo dell’operaismo: una versione aggiornata dell’Undicesima Tesi su Feuerbach in cui interpretieren diventa verändern. Questa traccia bolognese è sostanzialmente nota: dalla metà degli anni Cinquanta con le “storie di vita” di Rocco Scotellaro e Danilo Dolci, Luciano Bianciardi e Carlo Cossola; ai primi anni Sessanta, quando l’operaismo si forma intorno a Quaderni Rossi e l’inchiesta operaia diventa uno strumento conoscitivo fondamentale. Intorno ci sono le ricerche di Gianni Bosio, quelle votate all’antropologia di Ernesto Di Martino o i lavori simili ma diversi di Danilo Montaldi. Nel 1973 esce la rivista “Primo Maggio”. Nascono, fra gli altri, l’Istituto De Martino, il Circolo Gianni Bosio, la Lega di cultura di Piadena o proprio l’AISO, Associazione Italiana di Storia Orale (fondata a Roma nel 2006). Tutte istituzioni ancora esistenti e vivaci a segnare l’ingresso della storia orale nella società italiana nella sua totalità. La storia orale diventa, fra l’altro, uno degli elementi dirimente per chi voglia occuparsi di memoria operaia.
Memoria decoloniale
Ma un altro filo emerge da Bologna: quello della memoria decoloniale; della memoria, cioè, dei paesi colonizzati che, dalla conferenza di Bandung del 1955, cominciavano a strutturare la fuoriuscita dalle catene del colonialismo. A raccontarlo uno degli organizzatori del convegno, Alessandro Triulzi, divenuto poi professore di Storia dell’Africa a “L’Orientale” di Napoli ). Riporta Triulzi “La conferenza […] ha permesso di innestare la storia dell’Africa nella storia delle culture operaie e contadine europee, e di far dialogare la tradizione di studi ereditata da Ernesto De Martino e da Gianni Bosio con la tradizione orale portata avanti da storici italiani e europei (Carlo Poni, Paul Thompson, Terence Ranger…). Erano due “sud” che per certi versi e per casi fortuiti si incontravano non a caso in Italia e a Bologna: il nostro sud era solo un po’ più a sud degli storici orali italiani”. Triulzi, nel suo intervento, configurava un conflitto tutt’oggi valido, sottolineando quanto “quel vasto complesso di conoscenze non ufficiali, non istituzionalizzate, che non si sono ancora cristallizzate in tradizioni formali […] che rappresentano in qualche modo la coscienza collettiva di interi gruppi (famiglie, villaggi) o di individui (ricordi ed esperienze personali)” si contrapponesse “a una conoscenza privatizzata e monopolizzata da gruppi precisi a difesa di interessi costituiti”. Mai come ora c’è un fiorire di pensiero e azione (https://resistenzeincirenaica.com/, per esempio) sul colonialismo italiano. Un fenomeno, quello del colonialismo, durato ottant’anni e che ha attraversato l’Italia liberale, quella fascista e financo quella repubblicana (con l’Amministrazione fiduciaria in Somalia terminata nel 1960); un fenomeno che oggi, piano piano, si comincia a studiare non senza contraddizioni e omissioni, come raccontato recentemente dal giornalista Adil Mauro. Per questo ha senso, per la memoria decoloniale, interrogare quanto e come si sia organizzata la memoria operaia nel tempo.
Tarlo
“È il magnetofono che ridona alla cultura delle classi oppresse la possibilità di preservare i modi della propria consapevolezza, cioè della propria cultura” questa fu l’assunzione di Bologna e, al giorno d’oggi, la lotta per l’egemonia si configura ancora come una guerra tecnologica fra un magnetofono sempre funzionante e un’AI imperante. Questo era il tarlo da cui eravamo partiti. Come, cioè, raccontare i conflitti utilizzando la memoria senza cedere alla nostalgia o alla testimonianza. Ci siamo, negli anni, imbattuti in tante persone che si occupano della memoria decoloniale o di quella operaia. Leyla Degan è un’artista-archivista afrodiscendente che ha utilizzato le audio-casette per raccontare la diaspora somala. I somali, nel mondo, hanno utilizzato l’evoluzione del magnetofono, il registratore, per produrre ore e ore di cassette in cui ognuno raccontava all’altro la propria vita alle varie latitudini. Citavamo l’esempio di Operaia Rivista. La raccolta che avevano lanciato con racconti del e dal lavoro è andata molto bene e il nuovo numero ne ha pubblicato una parte. Jacques Le Goff, uno degli storici più importanti nella storiografia medievalista occidentale, ha scritto la voce “Memoria” nella (per me mitica) Enciclopedia Einaudi. In quella voce si sofferma a lungo sul convegno di Bologna individuando proprio fra le due memorie un nesso: “Memoria collettiva operaia, alla ricerca della quale collaborano soprattutto storici e sociologi. Ma storici e antropologi si ritrovano su altri campi della memoria collettiva, in Africa come in Europa, dove metodi nuovi di rammemorazione (come quello delle «storie di vita») incominciano a dare i loro frutti”. E ricorda anche quanto “I Greci dell’età arcaica fecero della memoria una dea, Mnemosine. È la madre delle nove muse, da essa generate in nove notti trascorse in compagnia di Zeus. Ella richiama alla mente degli uomini il ricordo degli eroi e delle loro grandi gesta, presiede alla poesia lirica. Il poeta è pertanto un uomo posseduto dalla memoria, l’aedo è un indovino del passato, così come l’indovino lo è del futuro. Egli è il testimone ispirato dei «tempi antichi», dell’età eroica e, ancor oltre, dell’età delle origini. La poesia, identificata con la memoria, fa di questa un sapere e finanche una sapienza, una sofia”. E sempre la memoria ha “una funzione di primo piano nelle dottrine orfiche e pitagoriche: essa è l’antidoto dell’oblio. Nell’inferno orfico il morto deve evitare la fonte dell’oblio, non bere al Lete ma dissetarsi invece alla fontana di Memoria, che è fonte d’immortalità”. C’è poi, chiaramente, nel ripercorrere la storia della memoria, “il movimento scientifico destinato a fornire alla memoria collettiva delle nazioni i monumenti del ricordo. In Francia la rivoluzione crea gli Archivi nazionali (decreto del 7 settembre 1790)”. Dobbiamo quindi incamminarci lungo questo cammino: dalla memoria alla creazione artistica e poi dall’arte alla politica. Conclude, infatti, Le Goff: “la memoria, alla quale attinge la storia, che a sua volta la alimenta, mira a salvare il passato soltanto per servire al presente e al futuro. Si deve fare in modo che la memoria collettiva serva alla liberazione, e non all’asservimento, degli uomini”.
“Il futuro non è scritto” cantava un strimpellatore; per questo dobbiamo riannodare più che mai il filo delle due memorie, senza chiedere se i subalterni possano parlare, né accontentarci della consapevolezza di Kid Yugi per cui “i vincitori scrivono la storia, ma i perdenti scrivono meglio”.
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