Il titolo è fuorviante: presuppone un critico (ma io non lo sono) e un teatro (lui lo è ma è anche critico). Andiamo con calma: sabato 11 aprile presso l’“Auditorium Yoyo” di Spin Time abbiamo assistito a uno spettacolo bellissimo Sulphur di Chiara La Gattuta e Marco Rinaldi. Già sappiamo il ruolo politico e sociale di Spin, qui sottolineiamo invece l’importanza culturale. Quanti spazi, nella Roma del 2026, fanno esordire, producono spettacoli nuovi di gente non famosa (né figli di, etc etc)? Quanti si prendono il rischio di rappresentare un inedito? Quanti vantano uno spettro di attività culturali che spazia dal teatro alla biblioteca, passando per il cinema e la musica, varie redazioni di giornali, stamperia, c’è una sala di registrazione, 2/3 spazi in tutto oltre l’auditorium? La risposta è sul palmo di una mano… Se poi questo lavoro è fatto nel contesto dell’umanità variegata di Spin e della zona circostante, basta un indice a quantificare la numerosità del campione. Critico, dicevamo, in due sensi: perché Spin (e il suo teatro) è sempre un luogo a rischio sgombero e perché un teatro così non può che essere critico del presente, dell’attualità così come si è configurata dopo anni di neoliberismo. E quello che abbiamo visto lo conferma.
Ma che abbiamo visto?
Abbiamo visto uno spettacolo che inseriamo, a forza, in quella memoria operaia che inseguiamo da tempo. Sulphur, infatti, è la ricostruzione della storia della miniera di zolfo di Perticara, la più grande d’Europa con un doppio punto di vista: l’archivio fotografico di Mario Rinaldi – nonno dell’autore, operaio e fotografo interno alla miniera- e il racconto fatto dall’autore/attore in scena. L’interazione fra voce e immagine rimanda a molte e varie esperienze: dal teatro civile (Paolini/Celestini/etc) a quelle performance tipiche della video arte. La tonalità di fondo è il buio in cui il palco diventa sia la camera oscura di produzione delle fotografie, sia la miniera dove gli operai scavavano lo zolfo, elemento diabolico per definizione in quanto pericoloso e fetido. La storia parte dal 1917 (con l’arrivo della Montecatini) alla crisi degli anni Sessanta (la miniera chiude nel 1964), passando per il fascismo, la Resistenza e il boom economico. Il racconto procede fra la grande Storia e le piccole, misere vite dei minatori: si parla del calcio (autentica passione popolare dell’epoca), della vita in comune, degli incidenti (particolarmente grave quello del 1934, divampato a 200 metri di profondità, che causò la morte di quattro minatori); si parla insomma di quell’epica stracciona e gloriosa che tanto ci piace e che ci ha regalato, con la sua lotta, quella vita agra che continuiamo a leggere e rileggere in quel romanzo di Bianciardi (uno che le miniere le conosceva bene) e che il nipote del minatore vive nella Roma del 2026 dove, almeno, c’è uno Spin Time ad alleviare un una condizione non più operaia e precariamente artistica.
Leporello operaista
La memoria operaia è fatta dai mille archivi, dalle mille testimonianze conservate su e giù per l’Italia e che, con cura e lentezza, stiamo catalogando come un novello Leporello liberato – finalmente – dall’ingrato e sessista compito di numerare le conquiste del suo padrone. Ma c’è un passaggio fondamentale da osservare (e lo spettacolo lo fa); l’importanza del doppio (archivio/racconto; camera oscura/miniera): non quello borghese e decadente del doppio sogno di Arthur Schnitzler, ma quella distinzione, risalente ad Aristotele, fra la memoria (mneme) propriamente detta, statica rappresentazione scritta/fissata nei documenti, e la reminiscenza (anamnēsis), il processo attivo e deliberativo di richiamare il passato, a suggellare quell’unico grande sogno operaio di cui parla Jacques Rancière (nel testo del 1981, La nuit des prolétaires: Archives du rêve ouvrier). Questo processo unisce, da una parte, l’accumulazione di sapere e, dall’altra, la consapevolezza/coscienza di classe per via artistica. Memoria fotografica dei minatori e dei loro racconti; reminiscenza di quella civiltà operaia su cui abbiamo possibilità di affacciarci per capire l’oggi; basta pensare alle mille contraddizioni su cui si basa il conflitto capitale/lavoro, per esempio l’ecologia. Perticara è una località del medio Appennino romagnolo. Lì, come altrove, la montagna era industrializzata sfruttando il solito schema di primo Novecento (abbondanza di acqua e mano d’opera a basso costo). Come è stato fatto lungo il fiume Bormida, sulle cui sponde sorse, nel 1929 a Cengio (Savona), l’Azienda Coloranti Nazionali e Affini (il cui acronimo ACNA suona sinistro alle nostre orecchie) e con l’aggravante di una propensione all’industria bellica. Qui veniva, infatti, prodotta quell’iprite utilizzata dall’Italia in colonia. Qui, oggi, un gruppo di attivisti/artisti/archivisti sta mettendo su un luogo proprio per ricordare quel misfatto chimico e non ricadere in industrie basate sul riarmo.
A testa alta
Abbiamo usato un termine forte, come civiltà, perché la classe operaia costituiva un insieme delle forme di vita materiale, sociale e spirituale che ha segnato la storia di questo paese lungo il Novecento, con periodi fondamentali (il biennio costituzionale del 1960 al 1980), arretramenti e sconfitte, morti sul lavoro e montagne sventrate, ma anche produzione materiale di oggetti e politica e immaginaria di idee. Nel libro, bellissimo, di Aris Accornero (Quando c’era la classe operaia: storie di vita e di lotte al Cotonificio Valle Susa) c’è una considerazione molto utile. In tempi di “grammatica inclusiva”, c’è una grammatica esclusiva e operaia che interviene sul numero più che sul genere, per cui Accornero, analizzando le interviste delle lotte operaie valsusine, scrive “la lotta si racconta soprattutto con la prima persona plurale. Al contrario, i meno interessati usano la prima persona singolare per parlare di sé e la terza per parlare della lotta. Questo è ancora più evidente se si considera l’analisi condotta sulle forme grammaticali utilizzate dagli intervistati, che confermano una vera e propria contrapposizione fra la prima persona plurale e la prima o la terza singolare”. Da tempo esiste una letteratura working class per cui gli operai raccontano la loro condizione. In uno dei libri più belli, Inox di Eugenio Raspi, l’autore chiude il libro nel momento stesso in cui viene licenziato: “Da oggi non sono più un dipendente dell’Acciai Speciali. Da ora, sono uno di coloro che è stato lasciato da solo, in attesa, stretto al suo salvagente zuppo. Noi che cerchiamo un futuro quando un futuro ancora non si intravede, né davanti, né dietro l’angolo; eppure, quell’angolo lo attraverseremo senza timore, non come topi di appartamento che fuggono dopo il colpo, ma con la testa alta di chi non ha nulla da nascondere, in pace con sé stessi, e in guerra contro chi si avvantaggia dalle miserie altrui”. Raspi, chiaramente, conosce bene lo stile (e la politica): inizia il periodo in prima singolare e lo chiude in prima plurale. Il cambiamento del numero è un errore se lo scrivi in un tema; geniale in un libro: a testa alta, sempre, con la nostra esclusiva grammatica di classe.
Post-scritto
Siamo incappati nella bellissima Operaia Rivista e, da un annetto, interagiamo con loro in questa comune ricerca sulla memoria operaia. Per questo volevamo rilanciare la loro richiesta di testimonianze dal mondo del lavoro: se volete aspettano testi/audio/fotografie sulla contemporanea condizione operaia. Potete mandarli a operaiarivista@gmail.com.
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