Un approfondimento dal sesto numero della newsletter “Quale Europa. Cronache per capire, discutere, scegliere”: https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/la-sovranita-e-la-pace/

Tra il 3 e il 25 giugno la Commissione europea ha fatto due cose che il linguaggio ufficiale tiene separate ma che, guardando alla sostanza, stanno insieme. Il 3 giugno ha presentato il European Technological Sovereignty Package (ETSP), il Pacchetto europeo di misure per la sovranità digitale: un insieme di leggi e strategie pensate per ridurre la dipendenza europea dalla tecnologia prodotta fuori dai suoi confini. Dentro ci sono il Chips Act 2.0, che riguarda i semiconduttori, cioè i microchip, il Cloud and AI Development Act, che riguarda i grandi centri di calcolo e l’intelligenza artificiale, una strategia sul software libero, l’open source, e una tabella di marcia su energia e IA. Il 25 giugno, a Washington, l’Unione ha firmato la dichiarazione di Pax Silica, un’alleanza guidata dagli Stati Uniti che vuole mettere in sicurezza le filiere dei chip, dei minerali critici e della potenza di calcolo che alimenta l’IA. Il nome unisce la parola latina pax, pace, al termine silica, la silice da cui si ricava il silicio dei chip: la “pace della silice”, che rievoca abbastanza bene quella “pace aurea” che, al tempo degli Antichi Romani, fu garantita proprio dal dominio incontrastato della potenza imperiale. Una ventina di giorni separano, dunque, la proclamazione dell’indipendenza da fornitori esterni all’UE per l’approvvigionamento di tecnologie digitali fondamentali (principalmente Stati Uniti e Cina) dall’ingresso in un nuovo “ordine” deciso altrove e, per il quale, verrebbe da dire: “Washington caput mundi”. Una scelta, quest’ultima, che rischia di ridimensionare in modo significativo la portata strategica del pacchetto di misure adottate all’inizio del mese.

Anche il pacchetto ha diverse criticità. Dopo aver descritto bene la malattia, prescrive soprattutto incentivi alla domanda, sussidi ed “etichette”. Per il cloud, ad esempio, introduce un sistema di livelli di sovranità che ciascuno Stato può applicare a modo suo, in base a una propria valutazione del rischio di dipendenza strategica: un’idea ragionevole che però rischia di frammentare invece di unire, e un’Europa divisa fa comodo a chi, dall’altra parte dell’Atlantico, la preferisce più “malleabile”. E le grandi piattaforme cloud americane controllano già oltre il 70 per cento del mercato europeo: un’etichetta non sposta una quota del genere. Le etichette non spostano i veri colli di bottiglia, i punti di strozzatura dove qualcun altro tiene la mano sul rubinetto. I chip più avanzati si fabbricano solo con macchine per la litografia a ultravioletti estremi, e queste macchine le produce una sola azienda al mondo, l’olandese ASML, che però vende sotto le regole d’esportazione decise a Washington. La potenza di calcolo di frontiera e i modelli di IA più potenti sono statunitensi. La raffinazione dei minerali critici, indispensabili ai chip, è cinese per sette decimi. E l’energia che alimenta tutto questo l’Europa la compra fuori: nel 2024 importava il 57 per cento del proprio fabbisogno, e sui due combustibili che pesano di più la quota saliva al 90 per cento per il gas e al 95 per cento per il petrolio. Da una dipendenza che vive nelle cose non si esce con una norma: la si supera costruendo capacità propria, e costruirla richiede tempo.

Il pacchetto ha, tuttavia, un merito che va riconosciuto senza reticenze. Per la prima volta la Commissione chiama le cose col loro nome: la dipendenza dal software proprietario, cioè chiuso, di cui non si possiede il codice e da cui non ci si può sganciare senza pagare costi enormi, viene definita una dipendenza strutturale e non una semplice inefficienza di mercato. L’Europa spende ogni anno circa 264 miliardi in prodotti e servizi informatici, in gran parte proprietari. Riconoscere che il problema non è il prezzo pagato, ma la proprietà del codice cambia la prospettiva: chi possiede la tecnologia possiede la relazione, e incassa la rendita che ne deriva.

Sull’iniziativa Pax Silica conviene fermarsi e fare quattro domande semplici.

Da dove viene? Da Washington, dal Dipartimento di Stato, con un ideatore preciso, Jacob Helberg, che proviene dal mondo della difesa e dell’intelligence, con un passato in Palantir. Non è un accordo commerciale, è un patto di sicurezza economica, e il nome stesso, la pace della silice, dice chi quella pace la garantisce e a quali condizioni.

A chi conviene? A chi controlla i nodi strategici e ne vende l’accesso: le grandi aziende del calcolo e dei modelli, i fondi che cercano rendite di lungo periodo, i paesi del Golfo che portano in dote energia a basso costo e capitale sovrano.

Quale effetto si propone di avere sulle catene del valore, cioè sul percorso che va dalla materia prima al chip fino al servizio di IA? Le riorganizza per blocchi: gli alleati entrano nel sistema e ne condividono i rischi, i clienti possono comprare ma alle regole altrui, e il capitale diventa insieme strumento per espandersi e per escludere, perché l’accesso ai finanziamenti condivisi è legato all’allineamento geopolitico.

A quale strategia industriale risponde? A una, americana e molto coerente: restare in testa sulla tecnologia di frontiera e finanziare di continuo il salto successivo, lasciando però aperti i mercati per le generazioni di chip precedenti. In questo schema l’Europa entra con una carta vera in mano, ASML, ma senza una politica industriale comune che la trasformi in potere negoziale. Così rischia di barattare un vantaggio strutturale per un posto da cliente.

C’è poi il vincolo che decide tutti gli altri, l’energia. L’intelligenza artificiale ha “fame” di elettricità: le gigafactory, cioè i giganteschi centri di calcolo dove si addestrano i modelli, i data center, le reti che li collegano, in Italia i limiti della rete gestita da Terna, fissano un soffitto fisico all’ambizione del continente dell’IA. Non a caso dentro Pax Silica entrano proprio i capitali e l’energia a buon mercato del Golfo. L’Europa scarseggia di entrambi.

Una via però c’è, e passa per due piani. Sul piano industriale serve non restare indietro, e per non restare indietro serve una politica industriale di lunga durata, paziente, capace di mettere in campo nel prossimo decennio i capitali che costruire una base produttiva richiede. La stessa Commissione calcola che servano circa 320 miliardi in dieci anni per raggiungere l’autonomia in campi quali il cloud, l’intelligenza artificiale e i semiconduttori: l’enormità della somma dà una misura del divario tra l’ambizione dichiarata e gli stanziamenti, a singhiozzo, del pacchetto.

Sul piano delle infrastrutture digitali pubbliche, invece, l’Europa è già sulla strada giusta, e la indica la strategia open source. Le infrastrutture digitali pubbliche sono, nel mondo digitale, l’equivalente delle strade e degli acquedotti: standard aperti, codice pubblico che chiunque può usare e controllare, capacità di calcolo pubblica. È l’unico terreno su cui l’Europa può possedere i mezzi senza dover prima superare i giganti del settore, perché il codice condiviso è un bene comune e non una rendita privata.

Non vi è, dunque, distinzione tra competitività industriale e infrastrutture pubbliche. La sovranità tecnologica va perseguita e conquistata puntando su entrambe. Il resto, le dichiarazioni firmate e le etichette impilate, possono al più rappresentare la liturgia con cui si amministra una dipendenza, non il modo per uscirne.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *